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L’illusione della straordinarietà
La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto quello che il Governo e il Ministero dell’Università e della Ricerca hanno definito un “piano straordinario” di reclutamento per le università e gli enti pubblici di ricerca. La retorica ministeriale ha accompagnato questa misura con toni enfatici, presentandola come una svolta decisiva per affrontare la questione della componente ricercatrice precaria, in particolare quella assunta nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Eppure, una lettura attenta dei numeri e dei meccanismi previsti rivela una realtà profondamente diversa: non siamo di fronte a un intervento straordinario, ma a una misura che per dimensioni, modalità di attuazione e presupposti normativi si configura piuttosto come un’operazione di facciata, incapace di rispondere alla portata effettiva della crisi che di cui è in balia il sistema della ricerca pubblica italiana.
L’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia ritiene necessario offrire dunque un’analisi puntuale di questi interventi, situandoli nel contesto più ampio delle politiche universitarie degli ultimi anni e delle dinamiche strutturali che caratterizzano il rapporto tra formazione avanzata, ricerca scientifica e tessuto produttivo nazionale. Ciò che emerge dall’analisi è un quadro allarmante: il cosiddetto piano straordinario non solo è clamorosamente sottodimensionato rispetto all’entità del problema, ma presenta caratteristiche che ne pregiudicano persino la piena attuazione, scaricando sugli atenei oneri insostenibili e introducendo discriminazioni inaccettabili tra diverse categorie di precari.
La dimensione reale della crisi: numeri che parlano da soli
Per comprendere l’inadeguatezza del piano straordinario occorre partire dai numeri effettivi della precarietà nella ricerca universitaria italiana. Secondo i dati elaborati dalla FLC CGIL e dal Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari PNRR, tra il 2025 e il 2026 sono scaduti o scadranno complessivamente oltre 35.000 contratti di lavoro precario nel sistema universitario e della ricerca. Di questi, si contano oltre 9.000 Ricercatori a Tempo Determinato di tipo A (RTDa), più di 23.500 Assegni di ricerca, e diverse migliaia tra contratti a tempo determinato, borse di ricerca e altre figure non meglio tipizzate. Il Ministero stesso, nella relazione tecnica allegata all’emendamento, riconosce l’esistenza di 4.502 RTDa in scadenza nel biennio 2025-2026, di cui 2.574 assunti specificamente con fondi PNRR. Più concretamente la nostra Associazione sta monitorando dal maggio 2025 l’andamento del numero di assegniste e assegnisti con contratti attivi: si è passati da 21916 a 13774 unità. Si tratta di una perdita per nulla compensata dall’attivazione delle figure introdotte dalla L. 79/2025: ad oggi, infatti il totale dei bandi per contratti di ricerca (888), incarichi post-doc (133) e incarichi di ricerca (445) è di appena 1466. Tale quadro ha ingenerato, in poco più di un semestre, una perdita netta di post-doc pari a 6676 posizioni, con una flessione che si fa sempre più rilevante di mese in mese, con lo scadere dei progetti PRIN e PNRR: se infatti tra maggio e agosto 2025 gli assegni di ricerca attivi erano diminuiti di appena 709 unità, il calo registrato tra gennaio 2026 e dicembre 2025 assomma 1227 posizioni. Il panorama diventa ancora più desolante se si guarda agli RTDa; al picco del PNRR, il 31 dicembre 2023, erano 9446, oggi 6953: meno 2493 posti di lavoro. Si potrebbe pensare che gli ultimi bandi da RTDb e l’entrata a regime del ricercatore a tempo determinato in tenure track abbiano assorbito questa autentica emorragia; niente di più sbagliato, anche qui un bel segno meno cui segue un eloquente 632. In totale la ricerca italiana è stata privata di 10.433 lavoratori e lavoratrici; il Paese vive una crisi industriale senza precedenti, che è destinata ad acuirsi nei prossimi mesi: i dati che stiamo registrando confermano le stime della XII Indagine ADI su Postdoc, secondo cui entro luglio 2026 l’86,5% della componente ricercatrice assunta al 1° luglio 2025 avrebbe perso il lavoro.
Questi numeri raccontano una realtà precisa: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato un’iniezione straordinaria di risorse temporanee nel sistema della ricerca, consentendo l’assunzione di migliaia di giovani con contratti che, per loro natura, erano destinati a esaurirsi tra il 2024 e il 2026. Si tratta, in larga parte, di persone altamente qualificate, con dottorati di ricerca conseguiti nelle migliori università italiane e internazionali, con pubblicazioni scientifiche di rilievo, con esperienze di ricerca maturate nel corso di anni di lavoro precario e, non ultime, capacità organizzative e gestionali di altissimo livello. Eppure, la prospettiva che si profila per la stragrande maggioranza di questi ricercatori non è la stabilizzazione, ma l’espulsione dal sistema.
Non è migliore la situazione se si considera docenza nel complesso. Secondo l’ultimo focus del MUR sul personale docente e non docente, l’anno accademico 2024/25 si è aperto con un totale di 64.633 strutturati (con solo il 29% dei PO di genere femminile). L’età media è di 51 anni e solo il 17% ne ha meno di 40: nell’Unione Europea la quota è di media il doppio (34%). Si tratta di una cifra assolutamente insufficiente a venire incontro alle esigenze dei 2.026.774 di studenti (dati USTAT), che necessita infatti un’iniezione di 35.379 docenti a contratto, in costante aumento dall’a.a. 2014/15 (+8508 unità). L’Italia risultava infatti quartultima in Europa per numero di ricercatori ogni 100.000 abitanti già nel 2023 (99), secondo un report di Open Polis elaborato su dati Eurostat del 2021. Per galleggiare, dunque, l’università italiana dovrebbe assumere. Per eguagliare l’operato di Francia, Germania e Spagna, con un rapporto tra 135 e 148 strutturati ogni 100.000 abitanti, servirebbero dalle 15.000 alle 22.500 assunzioni. Se poi si volesse raggiungere lo Stato europeo più virtuoso, la Danimarca, servirebbero 76.818 cattedre.
Di fronte a questa massa di contratti in scadenza e alle effettive necessità assunzionali messe nero su bianco nei report del MUR, il piano straordinario prevede la copertura di circa 1.600 posizioni nell’arco di due anni: circa 500 nel 2026 e poco più di 1.100 nel 2027, a cui si aggiungono una sessantina di posti negli atenei non statali. Per gli enti pubblici di ricerca, si prevede la creazione di circa 240 posizioni. Complessivamente, quindi, si parla di meno di 2.000 posti a fronte di oltre 10.000 contratti scaduti, 35.000 in scadenza e 22.500 assunzioni necessarie. Il rapporto è impietoso: il piano non copre neanche il 10% del fabbisogno effettivo. Definire “straordinario” un intervento che lascia fuori il 90% dei potenziali beneficiari costituisce, nella migliore delle ipotesi, un’operazione di distorsione semantica; nella peggiore, una presa in giro nei confronti di decine di migliaia di lavoratori della conoscenza e delle loro legittime aspettative.
Un cofinanziamento che scarica i costi sugli atenei
Al di là della sproporzione quantitativa, il piano straordinario presenta caratteristiche che ne compromettono potenzialmente l’efficacia. Il meccanismo previsto, infatti, si basa su un cofinanziamento al 50% tra Ministero e singoli atenei o enti di ricerca: lo Stato si impegna a coprire metà del costo lordo delle assunzioni, mentre l’altra metà deve essere sostenuta dai bilanci degli atenei “entro le proprie facoltà assunzionali”, vale a dire nel quadro degli attuali organici, senza alcun allargamento delle piante organiche. In aggiunta, il successivo passaggio a professore associato dei ricercatori assunti in tenure track graverà interamente sui bilanci degli atenei.
Questo meccanismo, già in sé problematico, diventa insostenibile se si considera lo stato dei bilanci universitari italiani. Come documentato nel rapporto ADI sul Fondo di Finanziamento Ordinario 2025, il sistema universitario ha subito nel biennio 2024-2025 tagli per oltre 550 milioni di euro rispetto alle previsioni programmatiche definite nella Legge di Bilancio 2022, a cui si sommano circa 600 milioni di maggiori costi per gli aumenti stipendiali e l’inflazione. Complessivamente, le università pubbliche hanno dovuto ridurre le proprie attività per oltre un miliardo di euro, equivalente a circa il 6% delle entrate totali. In questo contesto di drammatica compressione delle risorse, chiedere agli atenei di cofinanziare nuove assunzioni significa di fatto scaricare su bilanci già esausti un onere che dovrebbe essere interamente statale, qualora si volesse davvero dare seguito a un intervento di carattere straordinario.
Le conseguenze sono facilmente prevedibili: molti atenei, specialmente quelli di dimensioni medio-piccole o situati in aree economicamente svantaggiate, non saranno in grado di partecipare al piano per mancanza di risorse. Non è un caso che lo stesso schema di decreto preveda esplicitamente che le risorse non utilizzate confluiscano nella quota base del Fondo di Finanziamento Ordinario delle università o nel Fondo Ordinario degli Enti di Ricerca. La norma anticipa, in sostanza, il proprio fallimento: sa già che una parte consistente dei fondi stanziati non sarà impiegata per il reclutamento, ma finirà per essere redistribuita come finanziamento ordinario. Si tratta, in altre parole, di un piano straordinario che si trasforma in ordinaria amministrazione, svuotato della sua stessa ragion d’essere.
Questa dinamica conferma ciò che l’ADI denuncia da anni: il sottofinanziamento cronico del sistema universitario italiano non è un fenomeno congiunturale, ma il frutto di precise scelte politiche che hanno sistematicamente dirottato risorse verso altre priorità. L’Italia investe appena lo 0,4-0,5% del PIL nell’istruzione universitaria, contro una media europea dello 0,7%. Il Fondo di Finanziamento Ordinario 2025, pur rappresentando il massimo storico nominale con 9,368 miliardi di euro, in termini reali resta inferiore del 5% rispetto ai livelli del 2021 e sostanzialmente equivalente a quello di inizio anni Duemila. In un quarto di secolo, dunque, il finanziamento pubblico all’università è rimasto fermo, mentre i costi sono cresciuti, le funzioni si sono ampliate e le aspettative di qualità e competitività internazionale si sono moltiplicate. Pretendere che questo sistema, già asfittico, assorba il costo di un presunto piano straordinario costituisce un esercizio di irrealismo, se non di cinismo istituzionale.
Un piano che divide il precariato
Oltre alle criticità dimensionali e finanziarie, il piano straordinario introduce discriminazioni inaccettabili tra diverse categorie di ricercatori precari. Il comma 305 della Legge di Bilancio stabilisce che nelle università le posizioni finanziate saranno accessibili esclusivamente abbia chi ha ricoperto una posizione da RTDa scaduta nell’anno 2025 o chi ricopra una posizione da RTDa in scadenza nel 2026. Entro il 31 dicembre 2026 dovranno concludersi le procedure di reclutamento per gli RTDa scaduti nel 2025, ed entro il 31 dicembre 2027 quelle in scadenza nel 2026. I commi 312-315 della Legge di Bilancio stabiliscono poi che negli enti pubblici di ricerca il reclutamento sarà accessibile a chi, già in servizio al 30 giugno 2025, abbia ricoperto il ruolo di RTD per almeno 24 mesi (anche non continuativi) e sia stato reclutato a mediante procedure a evidenza pubblica. Sia nelle università che negli enti pubblici di ricerca sussiste poi una clausola che permette di riservare una quota massima del 50% a ricercatori assunti appositamente su progetti PNRR. Questa scelta ha l’effetto di escludere automaticamente una vasta platea di precari: innanzitutto, tutti coloro che hanno concluso contratti analoghi negli anni precedenti, a partire dai 1.500 ricercatori del Piano Nazionale Ricerca scaduti negli ultimi mesi del 2024; in secondo luogo, le migliaia di assegnisti di ricerca che, pur avendo maturato anni e anni di rapporti precari comparabili per durata e intensità ai contratti RTDa, si trovano inquadrati in una forma contrattuale diversa e quindi non possono accedere ai concorsi. Alle esclusioni già evidenti dalla formulazione del piano, si aggiungono quelle incognite: chi ha ottenuto una proroga del proprio contratto RTDa sarà escluso dalla platea dei potenziali concorrenti ai posti banditi? Il Legislatore sembra aver completamente dimenticato questa fattispecie, ed è necessaria una nota di chiarimento del MUR. In ogni caso, comunque, il piano dovrebbe essere aperto a tutti coloro che hanno maturato una certa anzianità di ricerca, indipendentemente dall’inquadramento contrattuale. Perché escludere assegniste e assegnisti, che pure erano presenti negli straordinari precedenti e nelle procedure relative alla fase transitoria del PNRR? Al Ministero è sfuggito che, a differenza di quanto accadeva per gli RTDb, il Legislatore non ha posto alcun requisito di anzianità professionale per l’accesso all’RTT? Basta il dottorato. Il MUR lo sa che nelle biblioteche, negli studi e nei laboratori, all’atto pratico, esclusa la didattica, un assegnista e un RTDa fanno lo stesso lavoro? È noto a chi ha scritto il piano straordinario che un assegnista non è altro che un RTDa senza tredicesima e TFR?
Particolarmente grave appare l’esclusione degli assegnisti di ricerca. L’assegno è stato per decenni lo strumento principale di ingresso nella ricerca universitaria, utilizzato sistematicamente dagli atenei come forma di precariato strutturale. Molti assegnisti hanno alle spalle percorsi di ricerca pluriennali, con produzioni scientifiche di assoluto rilievo, eppure il piano straordinario li considera invisibili. La scelta di riservare le posizioni ai soli RTDa risponde a una logica burocratica che privilegia la forma contrattuale rispetto alla sostanza del lavoro scientifico svolto, introducendo gerarchie artificiose all’interno del precariato e alimentando divisioni tra lavoratori che dovrebbero invece essere uniti nella rivendicazione di diritti e stabilità.
Analogamente problematica è l’esclusione di chi ha terminato contratti PNRR o assimilabili nel 2024. Il Piano Nazionale Ricerca (PON), conclusosi appena un anno fa, aveva finanziato centinaia di posizioni con caratteristiche del tutto sovrapponibili a quelle PNRR. Eppure, chi ha lavorato su quei progetti viene escluso dal piano straordinario per il semplice fatto di essere “scaduto” qualche mese prima della data di riferimento. Si tratta di un’ingiustizia lampante, che punisce persone sulla base di una casualità temporale e non del merito scientifico o della rilevanza del contributo offerto.
Queste esclusioni non sono dettagli tecnici marginali, ma scelte politiche che rivelano la vera natura del piano: non un intervento universalistico volto a stabilizzare il precariato universitario nel suo complesso, ma una misura selettiva, miope, mirata a gestire l’emergenza immediata dei contratti PNRR in scadenza, lasciando fuori tutti gli altri. Il risultato è la creazione di un precariato di serie A, potenzialmente stabilizzabile, e di un precariato di serie B, destinato all’espulsione. Una strategia che non risolve il problema strutturale del precariato, ma lo frammenta e lo perpetua, rinviando a un futuro indefinito la questione di fondo: come garantire percorsi di carriera dignitosi e stabili per chi fa ricerca in Italia.
Il contesto del FFO 2025: un finanziamento inadeguato mascherato da ripresa
Per comprendere appieno l’inadeguatezza del piano straordinario, occorre situarlo nel quadro più ampio delle politiche di finanziamento universitario. Il Fondo di Finanziamento Ordinario 2025, come documentato nel rapporto ADI, è stato presentato dal Ministero come un segno di inversione di tendenza rispetto ai tagli del 2024. Effettivamente, con 9.368 miliardi di euro, il FFO 2025 registra un incremento nominale del 3,7% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, come spesso accade nella comunicazione pubblica, i numeri nominali nascondono realtà ben diverse.
Gran parte dell’aumento della quota base del FFO 2025 (che cresce di 667 milioni) deriva da un’operazione di riclassificazione contabile: sono stati consolidati nella base finanziamenti prima classificati come finalizzati o straordinari, tra cui i fondi residui dei piani di reclutamento Manfredi e Messa (477 milioni), le risorse per la compensazione degli scatti stipendiali (146 milioni) e il fondo di valorizzazione del personale tecnico-amministrativo (48 milioni). Complessivamente, 671 milioni sono stati “aggiunti” alla base 2025 non attraverso nuovo finanziamento, ma spostando risorse già esistenti. Al netto di questa operazione, la quota base effettivamente comparabile con quella del 2024 risulta sostanzialmente allineata, e addirittura inferiore di 178 milioni rispetto al 2023.
Questa dinamica conferma quanto l’ADI ha ripetutamente denunciato: il sistema universitario italiano non ha conosciuto, negli ultimi anni, alcun reale incremento di risorse. Il FFO reale 2025, depurato dall’inflazione, è inferiore del 5% rispetto al 2021 e sostanzialmente identico ai livelli di inizio anni Duemila. In un quarto di secolo, dunque, il finanziamento pubblico all’università è rimasto fermo in termini reali, mentre i costi sono aumentati, le funzioni si sono ampliate e le aspettative di qualità e competitività sono cresciute. Eppure, il Governo rivendica come successo un aumento nominale che, nei fatti, rappresenta poco più di un gioco contabile.
In questo contesto, il piano straordinario di reclutamento appare per quello che è: un intervento minimo, inadeguato a colmare il divario tra risorse disponibili e fabbisogni effettivi, mascherato da operazione straordinaria. I 50 milioni stanziati nel biennio 2026-2027 per il reclutamento universitario rappresentano una frazione irrisoria delle risorse necessarie. Per dare un termine di paragone, il solo “Piano straordinario Messa”, varato nel 2021, prevedeva uno stanziamento di 340 milioni di euro, poi ridotto a 100 milioni dal Governo Meloni. Anche quello, con il senno di poi, si era rivelato insufficiente; eppure, rispetto all’attuale piano, appariva un intervento di ben altra portata.
La verità è che il sottofinanziamento dell’università italiana non è un incidente di percorso, ma il frutto di una precisa visione politica che ha sistematicamente sacrificato l’istruzione superiore e la ricerca sull’altare di altre priorità di spesa. Mentre altri Paesi europei, dalla Germania alla Francia alla Spagna, hanno investito massicciamente nelle proprie università, riconoscendone il ruolo strategico per lo sviluppo economico e sociale, l’Italia ha seguito una traiettoria opposta, tagliando risorse e chiedendo al sistema di fare sempre di più con sempre di meno. Il risultato è un’università pubblica asfittica, incapace di competere sul piano internazionale, di attrarre talenti dall’estero e persino di trattenere i propri laureati e ricercatori.
La bolla PNRR e l’incapacità del tessuto produttivo: un problema di sistema
Il piano straordinario di reclutamento non è inadeguato solo per le sue dimensioni o per i suoi meccanismi di attuazione, ma anche perché si situa all’interno di un problema più ampio, che investe il rapporto tra università, ricerca e sistema produttivo in Italia. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato, nel settore della ricerca, un esperimento di finanziamento straordinario: migliaia di assegni di ricerca, contratti RTDa, borse di dottorato sono stati attivati nell’arco di pochi anni grazie a fondi europei. Questo ha generato quella che alcuni osservatori hanno definito la “bolla PNRR”: un’espansione rapida e temporanea del personale di ricerca, destinata a sgonfiarsi altrettanto rapidamente al termine del Piano.
Ora, mentre i contratti si avviano verso la scadenza, emerge in tutta la sua evidenza l’assenza di una strategia di lungo periodo per gestire questa transizione. Il piano straordinario di reclutamento rappresenta, nella migliore delle ipotesi, un tentativo di tamponare l’emergenza, stabilizzando una minima frazione dei precari in uscita. Ma che fine faranno tutti gli altri? La risposta, purtroppo, è scontata: molti lasceranno il sistema universitario italiano, cercando opportunità all’estero o abbandonando definitivamente la carriera accademica.
Qui si manifesta un problema strutturale che il piano straordinario non affronta minimamente: l’incapacità del tessuto produttivo italiano di assorbire le competenze avanzate formate dall’università. In altri Paesi, i dottori di ricerca e i ricercatori con esperienza post-doc trovano sbocchi occupazionali non solo nell’accademia, ma anche in settori ad alta intensità di conoscenza: centri di ricerca privati, grandi industrie tecnologiche, start-up innovative, settori della finanza e della consulenza avanzata. In Italia, invece, il mercato del lavoro per i PhD è drammaticamente ristretto. Il tessuto produttivo nazionale, caratterizzato da una prevalenza di piccole e medie imprese operanti in settori tradizionali o a medio-basso valore aggiunto, ha scarsa capacità di valorizzare competenze di ricerca avanzata.
Questa incapacità non è casuale, ma riflette le scelte di politica industriale degli ultimi decenni. L’Italia ha conosciuto una progressiva de-industrializzazione nei settori ad alta tecnologia e una terziarizzazione centrata su servizi a basso valore aggiunto. Il turismo, settore pure importante, è stato mitizzato come “nuovo petrolio”, mentre si smantellava sistematicamente la capacità manifatturiera avanzata e si rinunciava a investire in settori strategici come l’informatica, le biotecnologie, l’energia rinnovabile. In questo contesto, il legame tra ricerca universitaria e mondo produttivo si è progressivamente indebolito, non per mancanza di volontà da parte dell’università, ma per l’assenza di interlocutori imprenditoriali interessati a investire in innovazione.
Il risultato è paradossale: l’università italiana forma migliaia di giovani ricercatori altamente qualificati, con competenze scientifiche e tecnologiche di livello internazionale, ma il sistema produttivo nazionale non è in grado di assorbirli. I tentativi retorici di promuovere un “dottorato industriale” o di incentivare la “caratterizzazione industriale” della ricerca dottorali si scontrano con questa realtà materiale: l’industria non c’è, o dove c’è è spesso marginalizzata nelle dinamiche globali. Non si tratta solo di creare incentivi fiscali o di favorire collaborazioni università-impresa, ma di affrontare una questione di fondo: quale modello di sviluppo economico vogliamo per l’Italia? Se l’obiettivo è un’economia basata sulla conoscenza, sull’innovazione e sulla competitività scientifica e tecnologica, allora servono politiche industriali coerenti, investimenti massicci in ricerca e sviluppo, strategie di lungo periodo per creare un ecosistema in cui le competenze avanzate possano trovare spazio.
In assenza di tutto questo, la “bolla PNRR” rischia di tradursi in un gigantesco spreco di risorse umane e intellettuali. Decine di migliaia di giovani ricercatori, formati con investimenti pubblici consistenti, si troveranno costretti a emigrare o a rinunciare alle proprie competenze, accettando lavori sotto-qualificati o comunque distanti dal proprio percorso formativo. Questo non è solo un dramma individuale per le persone coinvolte, ma una perdita netta per il Paese, che dopo aver investito nella formazione di queste persone le vede andarsene o le disperde in occupazioni che non ne valorizzano il potenziale. Il piano straordinario di reclutamento, con le sue 1.600 posizioni, non fa che confermare questa dinamica: salva una minoranza, abbandona la stragrande maggioranza al proprio destino.
Le proposte dell’ADI: per un vero piano straordinario
Di fronte a questa situazione, l’ADI ritiene necessario ribadire alcune proposte di fondo, già avanzate in passato e tuttora drammaticamente attuali. In primo luogo, serve un reale piano straordinario di reclutamento, commisurato all’entità effettiva del problema e immaginando, anzi, una espansione progressiva e ordinata del sistema pubblico universitario e della ricerca. Se ci sono 35.000 contratti in scadenza, e se almeno una parte consistente di questi riguarda ricercatori qualificati con produzioni scientifiche di rilievo, allora il piano dovrebbe prevedere la stabilizzazione con procedure selettive per posizioni da RTT di almeno 15.000 posizioni nell’arco di un triennio. Questo richiede uno stanziamento dell’ordine di 1.5 miliardi di euro all’anno, cifra importante ma assolutamente sostenibile se inquadrata in un più generale riallineamento della spesa pubblica per l’università ai livelli europei; l’European Research Act d’altronde si pone l’obiettivo di portare gli investimenti, pubblici e privati, di ogni Paese membro per Ricerca e Sviluppo al 3% del PIL; l’Italia, mentre porta le spese militari al 5%, costruisce centri di detenzione in Albania e progetta il ponte sullo Stretto, è inchiodata all’1.3%.
In secondo luogo, questo piano non deve basarsi su meccanismi di cofinanziamento che scaricano i costi sugli atenei, ma deve essere interamente finanziato dallo Stato attraverso un incremento strutturale del Fondo di Finanziamento Ordinario. Solo così si può garantire che tutte le università, indipendentemente dalle proprie condizioni di bilancio, possano partecipare al piano e che le assunzioni rappresentino un reale allargamento degli organici, non una semplice redistribuzione di risorse già scarse.
In terzo luogo, il piano deve essere universalistico e non discriminatorio. L’accesso alle posizioni finanziate non può essere riservato ai soli RTDa o ai soli ricercatori PNRR, ma deve essere aperto a tutte le categorie di precari in possesso del titolo di PhD che abbiano maturato esperienza di ricerca comparabile: assegnisti, borsisti, contrattisti. Il criterio di selezione deve essere il merito scientifico, valutato attraverso procedure concorsuali trasparenti, non l’inquadramento contrattuale o la casualità temporale della scadenza del contratto.
In quarto luogo, parallelamente al piano di reclutamento universitario, serve una strategia nazionale per la valorizzazione del titolo di dottorato e per l’inserimento dei PhD nel mondo del lavoro pubblico e privato. Questo significa riconoscere il dottorato come titolo preferenziale nei concorsi pubblici, prevedere quote riservate ai dottori di ricerca in ogni settore, sia pubblico che privato, considerare il dottorato come esperienza lavorativa a tutti gli effetti, e creare incentivi fiscali e finanziari per le imprese che assumono dottori di ricerca. Significa anche, e soprattutto, ripensare le politiche industriali e di sviluppo economico in chiave di valorizzazione della conoscenza e dell’innovazione.
Infine, serve un ripensamento complessivo del modello di finanziamento dell’università, superando l’attuale sbilanciamento verso criteri premiali e competitivi che alimentano le diseguaglianze tra atenei e tra territori. L’università pubblica deve tornare ad essere concepita come servizio essenziale, finanziata adeguatamente dallo Stato per garantire a tutti i cittadini, su tutto il territorio nazionale, pari opportunità di accesso a un’istruzione superiore di qualità. Questo richiede un incremento strutturale del FFO fino a raggiungere almeno lo 0,7% del PIL entro il 2030, con una redistribuzione più equa delle risorse che privilegi la coesione territoriale e l’inclusione sociale rispetto alla mera competizione per indicatori di performance.
Programmazione, razionalizzazione e nuovi strumenti per la comunità ricercatrici
Le criticità fin qui evidenziate non riguardano soltanto l’entità insufficiente delle risorse destinate al reclutamento, ma investono anche la questione più ampia della programmazione e della razionalizzazione complessiva del sistema di finanziamento della ricerca. L’ADI ha da tempo maturato una posizione critica rispetto all’attuale impianto dei meccanismi premiali e competitivi che caratterizzano il sistema italiano, a partire dalla quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario e dall’architettura stessa di strumenti come il Fondo Italiano per la Scienza (FIS). L’impostazione verticistica e ipercompetitiva di questi bandi, che privilegia la concentrazione delle risorse su pochi progetti selezionati secondo criteri talvolta opachi o comunque discutibili, tende a riprodurre e amplificare le diseguaglianze esistenti tra atenei e tra territori, lasciando ai margini intere aree del sistema universitario e della ricerca pubblica.
Tuttavia, proprio in ragione di una visione realistica e pragmatica delle dinamiche del sistema, l’ADI ritiene necessario proporre strumenti innovativi che, pur collocandosi formalmente nell’alveo dei meccanismi competitivi, possano rispondere a esigenze specifiche e strutturali della carriera di ricerca. In particolare, abbiamo avuto modo di rappresentare alla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e al Segretario generale del MUR, Prof. Marco Mancini, l’opportunità di istituire uno strumento di carattere premiale specificamente dedicato ai neo-dottori di ricerca. Si tratterebbe di un fondo in grado di finanziare, attraverso bandi competitivi aperti e trasparenti, percorsi di ricerca post-dottorato che consentano ai giovani ricercatori di proseguire il proprio lavoro scientifico tanto in Italia quanto all’estero, garantendo al contempo la formazione di competenze avanzate e la costruzione di reti di collaborazione internazionale.
L’idea di fondo è quella di superare l’attuale frammentazione degli strumenti di sostegno al post-dottorato, che vede coesistere contratti a termine di varia natura, spesso gestiti in modo discrezionale dai singoli atenei o dai gruppi di ricerca, senza una visione sistemica né criteri di selezione uniformi e trasparenti a livello nazionale. Al contrario, un fondo nazionale dedicato ai neo-dottori di ricerca, accessibile attraverso procedure competitive basate su progetti e soglie qualitative chiare e verificabili, potrebbe rappresentare uno strumento davvero democratico di accesso alla carriera scientifica, capace di premiare il merito effettivo e di garantire pari opportunità indipendentemente dall’ateneo di provenienza, dalle reti personali o dalle contingenze locali.
Naturalmente, uno strumento del genere dovrebbe essere congegnato con estrema attenzione per evitare di riprodurre i difetti degli attuali meccanismi premiali. In primo luogo, non dovrebbe concentrare le risorse su una élite ristretta di “eccellenti”, ma distribuirle su una platea sufficientemente ampia di beneficiari, selezionati sulla base di standard qualitativi rigorosi ma inclusivi. In secondo luogo, dovrebbe garantire che i criteri di valutazione non privilegino automaticamente i settori disciplinari più produttivi in termini bibliometrici o le università già dotate di maggiori risorse, ma tengano conto della specificità dei diversi ambiti di ricerca e delle diverse realtà territoriali. In terzo luogo, dovrebbe essere strutturato in modo da favorire la mobilità geografica e intellettuale dei giovani ricercatori, incoraggiando esperienze all’estero ma anche rientri in Italia, creando così un circuito virtuoso di circolazione delle competenze anziché alimentare la fuga unidirezionale di cervelli.
Un simile strumento, se adeguatamente finanziato e gestito, potrebbe contribuire a colmare quel vuoto che si è creato tra il conseguimento del dottorato e l’accesso alle posizioni di ricercatore a tempo determinato in tenure track, fase cruciale nella quale attualmente troppi giovani ricercatori si perdono per strada, scoraggiati dall’assenza di prospettive o costretti a emigrare in cerca di opportunità. Potrebbe inoltre rappresentare un segnale concreto di valorizzazione del titolo di dottore di ricerca, riconoscendolo non come un punto di arrivo ornamentale ma come l’inizio di un percorso professionale che merita di essere sostenuto e accompagnato con strumenti pubblici adeguati.
In questo senso, accogliamo l’impegno assunto dalla Ministra Bernini nel corso della prima adunanza del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari di dicembre 2025, allorché ha annunciato l’istituzione di un tavolo di lavoro sul Fondo di Finanziamento Ordinario. L’ADI, attraverso la propria rappresentante eletta in CNSU, Claudia Migliazza, intende partecipare attivamente a questo tavolo e offrire il proprio contributo di analisi e di proposta. Riteniamo infatti che il confronto tra Ministero, rappresentanze studentesche, associazioni di categoria e parti sociali sia essenziale per elaborare soluzioni condivise e sostenibili, capaci di superare l’impasse attuale e di dare finalmente alla ricerca universitaria italiana gli strumenti di cui ha bisogno.
Il dialogo, naturalmente, deve essere aperto e deve tradursi in misure concrete. Non bastano le enunciazioni di principio o gli annunci di tavoli tecnici se poi le decisioni sostanziali vengono assunte altrove, senza reale ascolto delle istanze che provengono dal mondo della ricerca. L’ADI si presenta a questo confronto con spirito costruttivo ma anche con la fermezza di chi rappresenta decine di migliaia di giovani ricercatori che chiedono non favori ma diritti: il diritto a vedere valorizzato il proprio lavoro, il diritto a prospettive di stabilità, il diritto a contribuire alla crescita scientifica e culturale del Paese senza essere costretti a rinunciare alla propria vita professionale o a emigrare. Speriamo che la Ministra e il Ministero diano seguito concreto agli impegni assunti e che il tavolo sul FFO possa rappresentare davvero un’occasione di svolta nelle politiche universitarie italiane.
In definitiva, la questione della programmazione e della razionalizzazione delle risorse non può essere affrontata semplicemente riproponendo gli schemi esistenti, magari con qualche aggiustamento marginale. Serve un ripensamento complessivo del modello di finanziamento, che sappia coniugare l’esigenza di selezionare e premiare la qualità con quella di garantire una base di risorse adeguata e stabile a tutto il sistema, evitando che la competizione per i fondi si trasformi in una corsa al ribasso che penalizza le aree più fragili e i ricercatori meno inseriti nelle reti di potere accademico. Il fondo per i neo-dottori di ricerca che proponiamo rappresenta, in questa prospettiva, un tassello di un disegno più ampio che l’ADI continuerà a elaborare e a proporre nelle sedi opportune, consapevole che solo attraverso un confronto serio e trasparente si possono costruire le condizioni per un’università pubblica realmente democratica, inclusiva e competitiva.
Conclusioni: un’occasione mancata
Il cosiddetto piano straordinario di reclutamento previsto dalla Legge di Bilancio 2026 rappresenta, nella prospettiva dell’ADI, un’occasione clamorosamente mancata. Di fronte a una crisi senza precedenti, che vedrà decine di migliaia di ricercatori precari espulsi dal sistema universitario italiano, il Governo ha scelto di intervenire con una misura minimale, inadeguata per dimensioni, caratteristiche e presupposti. Un piano che copre meno del 10% del fabbisogno effettivo, che scarica i costi sugli atenei già asfittici, che discrimina tra categorie di precari sulla base di criteri burocratici, che non affronta il nodo strutturale del sottofinanziamento universitario né quello dell’incapacità del tessuto produttivo di valorizzare le competenze avanzate, non può essere definito straordinario se non in senso ironico.
Quello che si profila, per i prossimi anni, è uno scenario drammatico: migliaia di giovani ricercatori e ricercatrici qualificati, formati con investimenti pubblici consistenti, si troveranno costretti a lasciare l’Italia o ad abbandonare la ricerca, disperdendo competenze e talenti che il Paese non può permettersi di perdere. Questo non è solo un problema per le persone coinvolte, che vedono negate le proprie legittime aspettative di stabilità e riconoscimento professionale, ma è anche e soprattutto un problema per il Paese, che rinuncia così a investire nel proprio futuro, sacrificando la conoscenza e l’innovazione sull’altare di una miope logica di austerità.
L’ADI continuerà a denunciare questa situazione e a mobilitarsi per ottenere un vero piano straordinario di reclutamento, un rifinanziamento strutturale dell’università pubblica, e politiche che valorizzino davvero la ricerca e la formazione avanzata come asset strategici per lo sviluppo sociale del Paese. Perché un’università pubblica forte, inclusiva e adeguatamente finanziata non è un lusso, ma una condizione essenziale per costruire una società democratica, giusta e prospera per l’intera comunità. E perché nessun piano può definirsi straordinario se la stragrande maggioranza di coloro che dovrebbero essere salvati si trovano invece sommersi.
[ENG]
(Not such) an extraordinary plan: ADI’s analysis of Italy’s university and research recruitment plan and of the 2026 Budget Law.
The illusion of extraordinary intervention
The 2026 Budget Law introduced what the Italian Government and the Ministry of University and Research have defined as an “extraordinary plan” for recruitment in universities and public research institutions. The ministerial rhetoric accompanying this measure was exaggerated, presenting it as a decisive turning point in addressing the issue of precarious researchers, particularly those hired under the PNRR – National Recovery and Resilience Plan. Yet a careful reading of data and mechanisms involved reveals a profoundly different reality: this is not an extraordinary intervention, but a measure that, in terms of its scale, implementation and related norms, is more of a cosmetic operation, incapable of responding to the actual crisis of the Italian public research system.
The Association of PhD candidates and PhDs in Italy (ADI) therefore considers it necessary to offer a detailed analysis of these interventions, placing them in the broader context of recent university-related policies and of the structural dynamics that characterise the relationship between higher education, scientific research and the national productive system. What emerges from the analysis is an alarming picture: not only is the so-called extraordinary plan grossly inadequate in relation to the scale of the problem, but it also has features that jeopardise its full implementation, placing unsustainable burdens on universities and introducing unacceptable discrimination between different categories of precarious researchers.
The real scale of the crisis: looking at the data
To understand the inadequacy of this extraordinary plan, we need to start with the actual figures on precarious employment in Italian university research. According to the Education Trade Union FLC CGIL and the National Coordination of PNRR University Researchers, a total of over 35,000 precarious employment contracts in the university and research system will expire between 2025 and 2026. Of these, over 9,000 are Type “A” Fixed-Term Researchers (RTDa – Ricercatori a Tempo Determinato di tipo “A”), more than 23,500 are Research Fellows (assegnisti di ricerca), and several thousands are fixed-term contracts, research grants and other unspecified positions.
In a technical report attached to the Budget amendment, the Ministry of University and Research (MUR) itself acknowledges the existence of 4,502 RTDa contracts expiring in the period 2025-2026, of which 2,574 were specifically hired with PNRR funds. More specifically, since May 2025, our Association has been monitoring the trend in the number of research fellows (assegnisti di ricerca) with active contracts: the number has fallen from 21,916 to 13,774. This loss has not been balanced out with the introduction of the new positions established by Law 79/2025: to date, the total number of calls for research contracts (Contratti di ricerca – 888), post-doctoral fellowships (Incarichi post-doc – 133) and junior research fellowships (Incarico di ricerca – 445) is just 1,466. In six months, this situation has led to a net loss of 6,676 post-doctoral positions, with the decline becoming more significant as the PRIN (Research Projects of National Interest) and PNRR projects come to an end: while between May and August 2025, the number of assegnisti had decreased by just 709, the decline recorded between December 2025 and January 2026 amounts to 1,227 positions. The picture becomes even bleaker when looking at RTDa positions; at the peak of the PNRR, on 31 December 2023, there were 9,446, compared to the 6,953 of today: a loss of 2,493 jobs. The latest RTDb calls (Ricercatori a Tempo Determinato – type “B”) and the introduction of fixed-term tenure track researchers (RTTs) have not compensated for these numbers: here too, there is a significant decline, with a loss of 632 positions. In total, Italian research has been deprived of 10,433 workers. Italy is experiencing an unprecedented industrial crisis in our sector, which is set to worsen in the coming months: most recent data confirm the estimates of the 12th ADI Survey on Postdocs, according to which by July 2026, 86.5% of precarious post-doctoral researchers that were active in July 2025 will have lost their jobs.
These figures draw a clear picture: the National Recovery and Resilience Plan represented an extraordinary injection of temporary resources into the research system, enabling the hiring of thousands of young people. These positions, by their very nature, were destined to expire between 2024 and 2026. We are speaking , for the most part, of highly qualified individuals with PhDs from the best Italian and international universities, significant scientific publications, research experience gained over years of precarious work and, last but not least, organisational and management skills. Yet the prospect for the vast majority of these researchers is not stability, but expulsion from the system.
The situation isn’t better if we consider university teaching staff as a whole. According to the latest MUR focus on teaching and non-teaching staff, the 2024/25 academic year began with a total of 64,633 permanent positions (only 29% of whom were women). The average age is 51, and just 17% is under 40: in the European Union, that average doubles to 34%. This figure is completely insufficient to meet the needs of 2,026,774 students (USTAT data). Italy in fact requires an injection of 35,379 fixed-term contract teachers, a number that has been steadily increasing since 2014/15 (+8,508). Italy was already fourth from last in Europe in terms of number of researchers per 100,000 inhabitants in 2023 (99), according to a report by Open Polis based on Eurostat data from 2021. In order to survive, Italian universities would need to hire between 15,000 and 22,500 professors considering France, Germany and Spain as a reference (135-148 professors/100,000 inhabitants). If we consider Denmark as a reference, the country with the best ratio in Europe, 76,818 permanent professors would need to be hired.
In the face of this critical mass of expiring contracts and of the severity of Italy’s actual recruitment needs, the Government’s extraordinary plan provides for approximately 1,600 positions in a span of two years: approximately 500 in 2026 and 1,100 in 2027, plus 60 positions in non-state universities. For public research institutions, approximately 240 positions are expected to be created. Overall, therefore, we are talking about less than 2,000 positions compared to over 10,000 already expired contracts, 35,000 expiring contracts and 22,500 necessary hires. Data is clear: the plan does not even cover 10% of the actual need. To describe as “extraordinary” a measure that leaves out 90% of potential beneficiaries is, at best, a semantic distortion; at worst, it is a mockery of tens of thousands of knowledge workers and their legitimate expectations.
Co-financing will shift costs onto universities
Beyond the quantitative disproportion, the extraordinary plan has characteristics that potentially compromise its effectiveness. The mechanism envisaged is based on 50% co-financing between the Ministry and individual universities or research institutions. The State will cover half of the gross cost of recruitment, while the other half must be covered by the universities’ budgets “within their recruitment powers”, i.e., within the framework of their current staffing levels, without any increase in the number of staff. In addition, the subsequent transition of RTTs to associate professors will be entirely at the cost of the universities’ budgets.
This mechanism, which is already problematic in itself, becomes unsustainable considering the state of Italian university budgets. As documented in the ADI report on the 2025 Ordinary Financing Fund, the university system suffered cuts of over €550 million in the two-year period 2024-2025 compared to the forecasts defined in the 2022 Budget Law. At the same time approximately €600 million must be added to additional costs for salary increases and inflation. Overall, public universities have had to cut their activities by over €1 billion, equivalent to 6% of total revenue. In this context of dramatic cuts, asking universities to co-finance new hires means effectively offloading a burden that should have been entirely managed by the state.
The consequences are easy to predict: many universities, especially small and medium-sized ones or those located in economically disadvantaged areas, will not be able to participate in the plan due to a lack of resources. It is no coincidence that the draft decree explicitly states that unused resources will be transferred to the basic quota of the Ordinary Financing Fund for universities or the Ordinary Fund for Research Bodies. Basically, the law anticipates its own failure: it already knows that a substantial part of the allocated funds will not be used for recruitment but will end up being redistributed as ordinary funding. In other words, it is an extraordinary plan that turns into ordinary administration, deprived of its whole raison d’être.
This dynamic confirms what ADI has been denouncing for years: the chronic underfunding of the Italian university system is not a temporary phenomenon, but the result of specific political choices that have systematically diverted resources to other priorities. Italy invests just 0.4-0.5% of its GDP in university education, compared to a European average of 0.7%. Although the 2025 Ordinary Financing Fund represents a nominal record high of €9.368 billion, in real terms it remains 5% below 2021 levels and it is essentially equivalent to that of the early 2000s. In a quarter of a century, therefore, public funding for universities has remained static, while costs have risen, functions have expanded and expectations of quality and international competitiveness have multiplied. Expecting this already stagnant system to absorb the cost of a supposed extraordinary plan is illogical, if not institutionally cynical.
A plan that divides precarious researchers
This extraordinary plan introduces unacceptable discrimination between researchers. Paragraph 305 of the Budget Law establishes that funded positions at universities will only be accessible to those who have held an RTDa position that expired in 2025 or to those who hold an RTDa position that expires in 2026. Recruitment procedures for RTDa contracts expiring in 2025 must be completed by 31 December 2026, and for those expiring in 2026 by 31 December 2027. Paragraphs 312-315 of the Budget Law also establish that recruitment in public research institutions will be open to those who, already in service on 30 June 2025, have held the position of RTD for at least 24 months (even if not continuously) and have been recruited through public procedures. Both in universities and public research institutions, there is a clause that allows a maximum quota of 50% to be reserved for researchers hired specifically for PNRR projects. This choice has the effect of automatically excluding a large number of precarious workers: first of all, all those who have concluded similar contracts in previous years, starting with the 1,500 researchers from the National Research Plan, whose contracts expired in the last months of 2024; secondly, the thousands of research fellows (assegnisti) who, despite having accumulated years and years of precarious employment comparable in duration and intensity to RTDa contracts, find themselves covered by a different type of contract and are therefore unable to apply. In addition to the exclusions already evident from the wording of the plan, there are also some open questions: will those who have obtained an extension of their RTDa contract be excluded from the pool of potential candidates for the advertised positions?
The legislator seems to have completely overlooked this case, and a clarification note from the MUR is needed. In any case, the application should be open to all those who have accumulated a certain amount of research experience, regardless of their contractual status. Why exclude research fellows (assegnisti), who were included in previous extraordinary measures and in the procedures concerning the transitional phase of the PNRR? Has the Ministry overlooked the fact that, unlike for RTDbs, the legislator has not set any professional seniority requirements for access to tenure track positions (RTTs)? A PhD is sufficient. Is the MUR aware that in libraries, offices and laboratories, a research fellow and an RTDa basically do the same job, apart from teaching? Is it known to those who wrote this “extraordinary plan” that a research fellow is nothing more than an RTDa without “tredicesima” year-end bonus nor severance pay?
The exclusion of research fellows (assegnisti) appears particularly serious. For decades, research fellowships (assegni di ricerca) have been the main means of access to university research, systematically used by universities as a form of structural precarious employment. Many research fellows have many years of research experience behind them and have authored scientific outputs of the highest calibre, yet the extraordinary plan considers them invisible. The decision to reserve positions for RTDa researchers only is based on a bureaucratic logic that prioritises contract type over the substance of the scientific work carried out, introducing artificial hierarchies within precarious employment and fuelling divisions between fellow research workers who should instead be united in their demand for better rights and stability.
Equally problematic is the exclusion of those whose PNRR or similar contracts expired in 2024. The National Research Plan (PON), which ended just a year ago, had funded hundreds of positions with characteristics that are entirely comparable to those of the PNRR. Yet those who worked on those projects are excluded from the extraordinary plan simply because they “expired” a few months before the reference date. This is a glaring injustice, punishing people on the basis of a temporal coincidence rather than scientific merit or the relevance of their contribution.
These exclusions are not marginal technical details, but political choices that reveal the true nature of the plan: not a universal intervention aimed at stabilising precarious university employment as a whole, but a selective, short-sighted measure aimed at managing the immediate emergency of expiring PNRR contracts, leaving out all others. The result is the creation of two groups of precarious researchers: first-class ones to be potentially stabilised, and second-class ones, who are destined to be expelled. This strategy does not solve the structural problem of precarious research employment, but it perpetuates it further, postponing the fundamental question: how to guarantee dignified and stable career paths for those who do research in Italy.
The context of the 2025 FFO: inadequate funding disguised as recovery
To fully understand the inadequacy of this extraordinary plan, we must place it within the broader context of university funding policies. The 2025 Ordinary Financing Fund, as documented in our dedicated ADI report, was presented by the Ministry as a sign of reversal of the previous trend – considering the cuts made in 2024. Indeed, with its €9.368 billion, the 2025 FFO shows a nominal increase of 3.7% compared to the previous year. However, as it is often the case in public communication, the nominal figures hide a different reality.
Much of the increase in the main share of the 2025 FFO (which grew by 667 million) derives from an accounting reclassification: funds previously classified as special-purpose or extraordinary were merged into this share, including the residual funds from the Manfredi and Messa recruitment plans (477 million), resources for salary increases (€146 million) and the technical-administrative staff enhancement fund (€48 million). Overall, 671 million were “added” to the 2025 FFO not through new funding, but by redirecting existing resources. Considering this operation, the main share is comparable with that of 2024 and 178 million lower than that of 2023.
This trend confirms what ADI has repeatedly denounced: in recent years, the Italian university system has not seen any real increase in resources. The real 2025 FFO, adjusted for inflation, is 5% lower than that of 2021 and essentially identical to the levels of funding of the early 2000s. In other words, in 25 years, Italy’s public spending for its university system has remained the same while costs have increased, the workload has expanded and expectations of quality and competitiveness have risen. Yet the government is trying to rebrand as a success what, in reality, is little more than an accounting trick.
In this context, this extraordinary recruitment plan appears for what it is: a minimal intervention, inadequate to bridge the gap between available resources and actual needs, masked as an extraordinary operation. The 50 million allocated in the two-year period 2026-2027 for university recruitment represents an insignificant portion of the resources needed. Just for comparison, the “Messa extraordinary plan” alone, launched in 202, allocated €340 million, which were then reduced to €100 million by the Meloni government. In hindsight, even Messa’s plan would have proven insufficient, but today we can only look at it with different eyes, compared to the current one.
The truth is that the underfunding of Italian universities is not an isolated phenomenon, but the result of a specific political vision that has systematically sacrificed higher education and research on the altar of other spending priorities. While other European countries, such as Germany, France or Spain, have invested heavily in their universities, recognising their strategic role in economic and social development, Italy has followed the opposite trajectory, cutting resources and asking the system to do more and more with less and less. The result is a stagnant public university system, unable to compete internationally, attract talent from abroad, or even retain its own graduates and researchers.
The PNRR bubble and a clueless productive system: a systemic problem
This extraordinary recruitment plan is inadequate not only because of its extent or its implementation mechanisms, but also because it is part of a broader problem affecting the relationship between universities, research and the productive system in Italy. The National Recovery and Resilience Plan represented an extraordinary funding experiment in the research sector: thousands of research grants, RTDa contracts and doctoral scholarships were activated in just a few years thanks to European funds. This has generated what some observers have called the “PNRR bubble”: a rapid and temporary expansion of Italy’s research staff, destined to deflate just as quickly at the end of the Plan.
Now, as all these contracts are coming to an end, the lack of a long-term strategy to manage this transition is becoming increasingly evident. This extraordinary recruitment plan is, at best, an attempt to minimise the emergency by hiring a small portion of precarious research workers. But what will happen to all the others? Unfortunately, the answer is obvious: many will leave the Italian university system, seeking opportunities abroad or abandoning their academic careers altogether.
This highlights a structural problem that the extraordinary plan does not address in the slightest: the inability of the Italian industry and productive system to absorb the advanced skills developed by university and research workers. In other countries, PhDs and post-doctoral researchers find employment opportunities not only in academia, but also in knowledge-oriented sectors: private research centres, large technology industries, innovative start-ups, finance and advanced consulting. In Italy, however, the job market for PhDs is dramatically limited. The national productive fabric, characterised by a prevalence of small and medium-sized enterprises operating in traditional or medium to low value-added sectors, has little capacity to exploit advanced research skills.
This inability is not accidental, but reflects the industrial policy choices of the last decades. Italy has experienced progressive deindustrialisation in highly technological sectors and a progressive shift towards low value-added services. Tourism, which remains an important sector, has been overemphasised, while advanced manufacturing capacity has been systematically dismantled and investment in strategic sectors such as IT, biotechnology and renewable energy has been abandoned. In this context, the link between university research and the productive system has gradually weakened, not because of a lack of willingness on behalf of universities, but because of the absence of business partners interested in actually investing in innovation.
The result is paradoxical: Italian universities train thousands of highly qualified young researchers with scientific and technological skills of international standing, but the national productive system is unable to absorb them. The scarce attempts to promote “industrial PhD programmes” and encourage “industry-oriented doctoral research” clash with reality: in Italy industry is non-existent and, where it does exist, it is often marginalised if we look at global dynamics. It is not just a question of creating tax incentives or encouraging university-business collaborations, but of addressing a fundamental issue: what model of economic development do we want for Italy? If the goal is an economy based on knowledge, innovation and scientific and technological competitiveness, then we need coherent industrial policies, massive investment in research and development, and long-term strategies to create an ecosystem in which advanced skills can find a place.
Without all this, the “PNRR bubble” is bound to become a huge waste of human and intellectual resources. Tens of thousands of young researchers, trained with substantial public investment, will find themselves forced to emigrate or give up their skills, accepting jobs that are below their qualifications or in any case far removed from their educational background. This is not only a personal tragedy for those involved, but also a net loss for the country, which, after investing in their training, sees them leave the country or scattered across jobs that do not make the most out of their potential. The extraordinary recruitment plan, with its 1,600 positions, only confirms this dynamic: it saves a few researchers, abandoning the vast majority to their fate.
ADI’s proposals for a truly extraordinary plan
Faced with this situation, ADI believes it is necessary to repeat what has already been proposed multiple times in the past and still remains dramatically relevant today. First and foremost, Italy is desperately in need of a truly extraordinary recruitment plan for precarious research workers, in line with the actual scale of the problem and taking into account a gradual expansion of the public university and research system. Given that 35,000 contracts are expiring, and at least a significant portion of these involve qualified researchers with significant scientific output, then the plan should provide for the stabilisation through selective procedures of at least 15,000 tenure track researchers over a three-year period. This would require an allocation of around €1.5 billion per year, a significant but entirely sustainable figure when viewed in the context of a more general realignment of Italy’s public spending on universities to European levels. As a matter of fact, the European Research Area Act (ERA Act), on the other hand, aims to bring the public and private investment in Research & Development of each member State to 3% of its GDP. Italy’s R&D investment is currently stuck at 1.3%, while the country increases its military spending to 5%, building detention centres in Albania and planning a bridge over the Strait of Sicily.
Secondly, this plan cannot be based on co-financing mechanisms that shift the costs onto universities, but must be entirely funded by the State through a structural increase in the Ordinary Financing Fund. This is the only way for all universities to participate in the plan, regardless of their budget, and for recruitment to correspond to an actual staff increase, and not to a redistribution of (already scarce) resources.
Thirdly, the plan must be universal and non-discriminatory. Access to stable positions cannot be reserved solely to RTDas or former PNRR researchers, but must be guaranteed to all precarious research workers holding a PhD who have gained comparable research experience: research fellows (assegnisti), scholarship holders (borsisti) and contract researchers (contrattisti). The selection criterion must be scientific merit, assessed through transparent competitive procedures, not contractual status or the randomness of contract expiration dates.
Fourthly, alongside a proper university recruitment plan, a national strategy to promote doctoral degrees and integrate PhDs into the public and private sectors is needed. This means recognising doctoral degrees as a preferential qualification in public competitions, setting aside quotas for PhD holders in every sector, both public and private, considering doctoral degrees as work experience, and creating tax and financial incentives for companies to hire PhD holders. It also means, above all, rethinking industrial and economic development policies to promote knowledge and innovation.
Finally, a comprehensive rethinking of the university funding model is needed, in order to overcome the current imbalance towards reward-based and competitive criteria that fuel inequalities between universities and geographical regions. Public universities must once again be recognised as an essential service, which must therefore be adequately funded by the State to guarantee equal access to quality higher education to all citizens throughout the country. This requires a structural increase of the FFO to at least 0.7% of Italy’s GDP by 2030, with a more equitable redistribution of resources prioritising territorial cohesion and social inclusion over Performance Indicators.
Planning, streamlining and providing new tools for the research community
The critical issues highlighted so far do not only concern the insufficient amount of resources allocated for recruitment, but also the broader issue of planning a sustainable research funding system. ADI is a long-time critic of the current system, which is characterised by competitive mechanisms such as the reward quota of the Ordinary Financing Fund and debatable instruments such as the Italian Science Fund (FIS). Indeed, the top-down hyper-competitive approach of these calls for proposals tends to favour the concentration of resources on only a few projects, which are selected according to opaque and sometimes questionable criteria, thus amplifying existing inequalities between universities and geographical regions, leaving entire areas of the Italian university and research system marginalised.
It is precisely because of its pragmatic understanding of the system that ADI believes it is necessary to propose innovative tools which, while formally falling within the scope of competitive mechanisms, can answer to the actual needs of research careers. In particular, we had the opportunity to propose a reward-based funding tool specifically dedicated to new PhD graduates to the Minister for University and Research, Anna Maria Bernini, and to the Secretary General of the MUR, Prof. Marco Mancini. This fund would be accessible through open and transparent calls for proposals and would allow its recipients to fund their own post-doctoral research, in order to allow young researchers to continue their scientific work (both in Italy and abroad), develop additional advanced skills and foster their international collaboration networks.
The underlying idea is to overcome the current fragmentation of the postdoctoral journey, which includes various types of fixed-term contracts, often managed on a discretionary basis by individual universities or research groups, without a holistic vision nor unified selection criteria at a national level. On the contrary, a national fund dedicated to new PhD graduates, based on competitive procedures and verifiable quality thresholds, could represent a truly democratic tool to access research careers, reward actual merit and guarantee equal opportunities regardless of one’s own alma mater, personal network or local circumstances.
Of course, such a tool would have to be designed with extreme care to avoid replicating the flaws of the current mechanisms. First, it should not concentrate resources in the hands of a few “excellent” individuals, but rather distribute them among a substantial group of beneficiaries, selected on the basis of rigorous but inclusive quality standards. Secondly, the evaluation criteria should not automatically favour the most productive disciplinary sectors in bibliometric terms or universities that already have greater resources. The different research areas and territorial realities should also be taken into account. Thirdly, such a funding programme should be structured in such a way as to promote the geographical and intellectual mobility of young researchers, encouraging both international experiences and relocating back to Italy, thus creating a virtuous circle of skills circulation rather than fuelling a one-way brain drain.
Such a tool, if adequately funded and managed, could help bridge the gap between obtaining a PhD and accessing fixed-term tenure track research positions, a crucial phase in which too many young researchers currently lose their way , discouraged by the lack of prospects or forced to emigrate in search of better opportunities. It could also represent a concrete sign of the value placed on PhDs, recognising them not as an ornamental achievement but as the beginning of a professional career that deserves to be supported.
In this regard, we welcome the commitment made by Anna Maria Bernini during the first meeting of the National Council of University Students (CNSU) in December 2025, when she announced the establishment of a working group on the Ordinary Financing Fund. Through our elected representative to the CNSU, Claudia Migliazza, ADI intends to actively participate in this working group and offer its analysis and proposals. We believe that dialogue between the Ministry, student representatives, trade associations and other social parties is essential in order to develop shared and sustainable solutions capable of overcoming the current stalemate and finally giving Italian university research the tools it desperately needs.
Said dialogue must of course be open and translate into concrete measures. Statements of principle or announcements of technical round tables are not enough if the real decisions are taken elsewhere, without really listening to the demands of researchers. ADI approaches this discussion with an open-minded attitude, but also with the awareness we represent tens of thousands of young researchers who are not asking for favours, but for their rights: the right to see their work valued, the right to prospects of stability, the right to contribute to the scientific and cultural growth of their country without being forced to give up their professional lives or emigrate. We hope that the Minister and the Ministry will follow through on the promises they made and that the FFO round table will truly represent a turning point in Italian university policy.
Lastly, the issue of resource planning and streamlining cannot be addressed simply by replicating existing models with a few minor adjustments. A comprehensive rethinking of the funding model is needed. The need to select and reward quality must be combined with that of ensuring adequate resources for the entire system. Applying to funding should not become a race that sees the most fragile research areas and researchers penalised and less integrated into academic power networks. If we look at things from this perspective, it is clear that the fund for new PhD graduates that we are proposing represents only one of the pieces of a larger plan that ADI will continue to advocate for, aware that this is the only way to create the conditions for a truly democratic, inclusive and competitive public university and research system.
Conclusions: a missed opportunity
The so-called extraordinary recruitment plan introduced by the 2026 Italian Budget Law represents, in ADI’s opinion, a regrettably missed opportunity. In the face of an unprecedented crisis that will see tens of thousands of precarious researchers expelled from the Italian university system, the Government has chosen to intervene with abysmally inadequate measures, both in terms of size, characteristics and conditions. A plan that covers less than 10% of the category’s actual needs, shifts the costs onto already struggling universities, discriminates between precarious workers on the basis of bureaucratic criteria, and that fails to address the structural issue of university underfunding, as well as the inability of the country’s productive fabric to make the most of its workers’ advanced skills, can only be described as “extraordinary” if we are being ironic.
What lies ahead in the coming years is a dramatic scenario: thousands of qualified young researchers, trained with substantial public investment, will be forced to leave Italy or abandon research, dispersing skills and talents that the country cannot afford to lose. This is not only a problem for the people involved, who see their legitimate expectations of stability and professional recognition denied, but it is also – and above all – a problem for the country, which is literally giving up on its own future, sacrificing knowledge and innovation on the altar of a short-sighted logic of austerity.
ADI will continue to expose this situation and take action to obtain an actual extraordinary recruitment plan, a structural refinancing of public universities, and policies that truly value research and advanced training as strategic assets for the country’s social development. We are willing to fight for all the above because a strong, inclusive and adequately funded public university is not a luxury, but an essential condition for building a democratic, just and prosperous society for the entire community. And because no rescue plan that leaves behind the vast majority of those who should be saved has the right to be called “extraordinary”.
![[IT/EN] Un piano (niente affatto) straordinario: Analisi dell’ADI sul reclutamento universitario e la programmazione della Legge di Bilancio 2026](https://www.dottorato.it/wp-content/uploads/1200-630-600x600.jpg)
