Abilitazione Scientifica Nazionale: stato dell’arte, novità e parere dell’ADI

Abilitazione Scientifica Nazionale: stato dell’arte, novità e parere dell’ADI

Dopo aver chiarito l’attuale funzionamento dell’ASN e aver ripercorso il portato storico dell’ADI in materia, il presente documento chiarisce la posizione dell’associazione riguardo all’Abilitazione Scientifica Nazionale.  La presente elaborazione è il frutto della riformulazione in Assemblea Nazionale delle linee di indirizzo dell’AT Ricerca e della Direzione Nazionale.

 

COME FUNZIONA L’ASN OGGI

L’Abilitazione Scientifica Nazionale, disciplinata dall’art. 16 della L. 240/2010, è un titolo necessario per la partecipazione alle procedure di chiamata per i posti da Professore Associato e Professore Ordinario (art. 18), nonché per il passaggio da Ricercatore a tempo determinato a PA: non è necessaria, né dovrebbe essere valutabile per legge, nelle procedure concorsuali da RTT. L’ottenimento dell’Abilitazione, che ha validità duodecennale, è subordinato alla presentazione della candidatura, in determinate finestre temporali, presso commissione nazionale unica formata da PO, selezionata tramite sorteggio dei proponenti degli aventi diritto, che valuta il possesso dei titoli e dei requisiti di produttività scientifica disposti, per ogni settore, tramite decreto dal Ministro sentiti l’ANVUR e il CUN: le disposizioni attualmente vigenti sono contenute nel DM 589/2018.

Per i settori bibliometrici la produttività scientifica è valutata dalle seguenti soglie:
– numero degli articoli,
– numero delle citazioni,
– H-index (numero di articoli citati almeno n volte).

Per i settori non bibliometrici la stessa si valuta tramite:
– numero degli articoli,
– numero di articoli nelle riviste valutate come di fascia A dall’ANVUR,
– numero di monografia.

Per l’abilitazione da PA si considerano le pubblicazioni dei 5-10 anni precedenti, aumentati a 10-15 per l’abilitazione da PO, che prevede soglie più alte. Se si superano almeno due soglie su tre si passa alla valutazione nel merito delle pubblicazioni presentate e di una parte del curriculum dei candidati. Questi, infatti, devono avere un numero di titoli culturali decisi dalla commissione sulla base di una lista generale che ogni commissione può restringere. I titoli valutabili sono: premi, didattica dottorale o all’estero, partecipazione e direzione di convegni, gruppi di ricerca, progetti, riviste. Non si valuta la didattica nei corsi di laurea né le attività di gestione e terza missione.

 

IL PORTATO STORICO DELL’ADI

L’ADI ha una posizione storica sull’Abilitazione Scientifica Nazionale, ribadita di recente nel documento politico presentato allo scorso Congresso Nazionale e nel programma per la candidatura al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari: l’ASN va abolita. L’abbiamo contestata, la contestiamo e la contesteremo perché si impernia attorno a criteri di eccessiva produttività scientifica che, incentivando il publish or perish, abbassano la qualità della ricerca e spingono i PhD e post-doc a sacrificare gli anni più importanti della propria carriera, quelli iniziali, al solo scopo di rientrare in delle formine bibliometriche, che spesso nulla hanno a che spartire con la ricerca vera. Nel merito, dunque, l’ASN si è rivelata uno strumento di controllo delle carriere che ha spesso consolidato rendite di posizione e favorito i gruppi di ricerca già più influenti e finanziati, penalizzando chi si muove lungo traiettorie scientifiche autonome o interdisciplinari.

A complicare il quadro giungono, per i settori bibliometrici, gli archivi privati che forniscono i dati bibliometrici (Scopus, Scholar etc.), non controllabili democraticamente, e, per quelli non bibliometrici, l’arbitrarietà nella valutazioni, che spesso presta il fianco a considerazioni politiche. L’ADI continua a ritenere che il conseguimento del dottorato dimostri già di per sé il raggiungimento di una maturità scientifica sufficiente per intraprendere un percorso di stabilizzazione all’interno dell’Accademia. Per l’ADI l’ASN va abolita totalmente e il possesso del dottorato dovrebbe già di per sé permettere di partecipare ai concorsi. Tuttavia, se il decisore politico ritiene che l’ASN debba continuare ad esistere, allora, questa deve necessariamente tenere conto della varietà dei percorsi dottorali e post-dottorali. L’ASN, profondamente riformata, da fine deve diventare mezzo. Un mezzo più flessibile, inclusivo e attento alla pluralità dei percorsi di ricerca. Sarebbe necessario innanzitutto agire sui criteri, diminuendo drasticamente le soglie della produttività scientifica, allineandole ad esempio a quelle della VQR, (1-4 pubblicazioni) e considerando in maniera modulare tra i titoli tutte le attività a cui si è chiamati in accademia (didattica, terza missione, compiti organizzativi).

 

LA RIFORMA ATTUALMENTE IN DISCUSSIONE

Il DDL A.S. 1518, attualmente in discussione in Parlamento, promette di modificare l’ASN e le procedure di chiamata di PA e PO. Viene innanzitutto meno la commissione unica nazionale: titoli e pubblicazioni verranno autocertificati dai candidati tramite procedura telematica. Il punto nodale saranno i criteri da autocertificare, che verranno stabiliti tramite decreto del Ministro entro 90 giorni, su proposta dell’ANVUR. In questo caso il CUN ha solo funzione consultiva per l’ANVUR. È certo comunque che tra le fattispecie oggetto di valutazione compaia l’attività didattica (senza aggettivi) e quella di ricerca, con particolare attenzione alla partecipazione a progetti e agli indicatori di produttività scientifica.

L’autocertificazione verrà verificata in sede di concorso o di passaggio da RTT a PA. Venuta meno la commissione nazionale, con le stesse modalità di sorteggio previste per l’ex ASN e applicando meccanismi che assicurino la rotazione dei commissari, saranno formate le commissioni giudicatrici per i concorsi da RTT, PA e PO. Nelle chiamate di professori, le cui commissioni saranno formate da un solo professore interno e quattro esterni (tutti appartenenti alla fascia in oggetto e comunque almeno tre PO), sarà possibile individuare un eventuale profilo ricercato citando testualmente le declaratorie dei gruppi scientifici disciplinari. La commissione individua il candidato più meritevole, ma la proposta di chiamata spetta al Dipartimento. Nelle selezioni per RTT, profilabili allo stesso modo delle chiamate, saranno presenti tre professori: due interni e un esterno, e almeno due PO. Tutti i concorsi prevederanno, oltre che una discussione delle pubblicazioni, anche una prova didattica su un tema individuato dalla commissione, coerentemente con il profilo richiesto. Gli assunti con la nuova procedura saranno valutati dall’ANVUR a tre anni dalla presa di servizio ai fini delle assegnazioni dei finanziamenti alle Università.

 

LE LINEE DI INDIRIZZO DELL’AT RICERCA E DELLA DIREZIONE NAZIONALE

Secondo l’elaborazione dell’AT Ricerca e della Direzione Nazionale dell’ADI, la riforma dell’ASN contenuta nel DDL A.S. 1518, pur non rappresentando il migliore dei mondi possibili, non può che presentare dei profili di miglioramento rispetto a un esistente desolante: viene di base meno un controllo ritenuto superfluo, arbitrario e quantitativo. Prevedendo infatti la sostituzione dell’ASN con una più snella autocertificazione inizia a smussarsi la punta di quella spada di Damocle che pende sulle teste dei PhD che è l’ASN. Stando al dataset della XII Indagine dell’ADI, attualmente in analisi presso il Servizio Studi, nove precari su dieci iniziano a pensare all’ASN nelle primissime fasi della carriera, già durante il dottorato o all’inizio del post-doc: quasi il 70% del campione inizia a informarsi sui requisiti dell’ASN entro le primissime fasi della carriera e solo una persona su quattro lo fa almeno a due anni di distanza dal dottorato. L’ASN influenza la sensibilmente la produzione scientifica (alla domanda relativa quasi il 50% dà valori alti e quasi il 30% risponde estremamente). Per il 60% degli intervistati l’ASN è motivo di forte ansia (7-10), e per il 45% è un ostacolo per il futuro.

È indubbio dunque che l’ASN influenzi significativamente un aspetto in particolare dell’attività accademica, la mole della produzione, che dovrebbe subentrare molto più avanti nel percorso e che invece lo plasma e lo indirizza. La richiesta che emerge dalle interviste è l’abolizione dell’istituto e viene messo in evidenza come l’ASN sia nei fatti un cripto-requisito per poter sperare di vincere un RTT. Se un tempo, con gli RTDb triennali, a cui si poteva accedere con almeno tre anni di post-doc alle spalle, poteva essere talvolta legittima la preoccupazione dei Dipartimenti nell’assumere qualcuno sprovvisto di ASN, non si può dire lo stesso oggi per le tenure track sessennali a cui si accede con il solo titolo di dottore di ricerca.

Si saluta con piacere l’introduzione della prova didattica e un potenziale ampliamento della valutazione a tutta la didattica. Il punto resta sempre la quantità. Potenzialmente l’abolizione dell’ASN fa venire meno un grosso problema, ovvero la richiesta della stessa per la partecipazione ai concorsi da RTT. Questo, insieme ad altre questioni – come la richiesta in molti settori di avere tutte e tre le soglie, l’imposizione nei non bibliometrici di avere una monografia, la penalizzazione della multidisciplinarietà, l’arbitrio delle commissioni, – enuclea il più grosso problema dell’ASN dopo gli indici quantitativi: l’imposizione di pratiche tribali sulla legge. L’arbitrio delle commissioni è atto al controllo delle carriere, alla lottizzazione degli SSD e a regolamenti di conti tra bande disciplinari. L’AT e la DN, tuttavia, sospendono il giudizio complessivo, perché tutto dipenderà dai criteri che verranno decretati dal MUR per il nuovo art. 16 e dalle modalità con cui si dovranno ottenere: ci saranno delle soglie? Se sì quante? Solo per le pubblicazioni o anche per i titoli? Quanti titoli e quali saranno necessari?

 

SVILUPPI ULTERIORI

Il localismo e il baronato, che tanti soggetti e associazioni stanno denunciando come pericolosamente sdoganabile dall’abolizione dell’ASN, non si combatte con la legge, nonostante questa possa prevedere una serie di anticorpi verso ciò (commissioni quasi tutte esterne, sorteggio dei commissari, penalizzazione sui fondi per il reclutamento fatto male – cosa che AT e DN ritengono inaccettabile), ma con un cambiamento della classe docente.

Se davvero si vuole dare un argine allo strapotere di pochi ordinari è necessario aprire i ranghi, immaginando l’introduzione di una fascia unica per la docenza universitaria, che conglobi PA e PO, e una vera riforma dei gruppi disciplinari, che li allinei almeno ai settori europei LS, PE, SH, salvando così l’interdisciplinarietà. In questi mesi abbiamo assistito alla canea di professori, direttori, rettori, associazioni, partiti e sindacati che difendono, da retroguardia, l’ASN come l’abbiamo conosciuta. A questo l’ADI oppone i fatti: oltre ai dati della nostra Indagine, il fatto che, a fronte di circa 2 milioni di studenti in Italia, ci sono 60.000 professori strutturati e 30.000 professori a contratto. Per raggiungere la media europea nella proporzione tra numero di abitanti e numero di ricercatori bisognerebbe stabilizzare almeno 25.000 persone. Per raggiungere il livello dei migliori partner europei, invece, dovremmo triplicare l’organico degli strutturati. Si tratta di cifre risibili per il bilancio di uno Stato del G7 e, soprattutto, di investimenti per il futuro del Paese. Non serve solo un piano di reclutamento straordinario subito, ma serve abbracciare una politica espansiva ordinaria del reclutamento.

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