Giulio, con o senza finanziamenti, continuerà a “fare cose”. ADI sul mancato sostegno pubblico al documentario Tutto il male del mondo

Giulio, con o senza finanziamenti, continuerà a “fare cose”. ADI sul mancato sostegno pubblico al documentario Tutto il male del mondo

L’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia esprime profondo sconcerto per la decisione della Commissione del Ministero della Cultura di negare i contributi selettivi al documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti e prodotto da Ganesh e Fandango, giudicandolo privo di “interesse culturale”.

Giulio Regeni era un dottorando. Era un ricercatore che stava facendo quello che migliaia di dottorande e dottorandi italiani fanno ogni giorno: andare all’estero per studiare, raccogliere dati, comprendere il mondo. “Fare cose”, come scriveva ai suoi genitori dal Cairo. Giulio è stato sequestrato, torturato e ucciso per aver fatto ricerca. Negare rilevanza culturale al racconto della sua vicenda significa negare rilevanza culturale alla ricerca stessa, al suo valore civile e alla domanda di verità che da dieci anni la famiglia Regeni e la società civile italiana rivolgono alle istituzioni.

Il documentario non è un progetto sulla carta. È un’opera compiuta, uscita nelle sale nel febbraio 2026, insignita del Nastro della Legalità e verrà proiettata in settantasei atenei italiani su iniziativa della senatrice a vita Elena Cattaneo. È un’opera che ha già dimostrato, nei fatti, il proprio interesse culturale: un interesse che la comunità accademica e scientifica ha riconosciuto con una mobilitazione senza precedenti e a cui l’ADI, tramite ogni sua realtà, ha aderito con convinzione. Che la Commissione ministeriale non lo abbia ritenuto meritevole di sostegno, mentre ha finanziato opere di ben altra natura e portata, solleva interrogativi ai quali il Ministro Alessandro Giuli, atteso oggi alla Camera per il question time, è chiamato a dare risposte inequivocabili.

Le dimissioni odierne di due membri della Commissione, il critico cinematografico Paolo Mereghetti e lo story editor Massimo Galimberti – che hanno denunciato una “incompatibilità ambientale” e una “difformità di vedute sui criteri di valutazione” – confermano che il problema non è episodico ma strutturale. La riforma del sistema di finanziamento al cinema voluta dal governo Meloni ha introdotto margini di discrezionalità che, in assenza di trasparenza, si prestano a utilizzi strumentali. Non possiamo non osservare, peraltro, che questa decisione si colloca in una più ampia e ormai consolidata tendenza di questo governo a subordinare la questione della verità e della giustizia per Giulio Regeni alla cura dei rapporti diplomatici ed economici con l’Egitto del presidente al-Sisi. Dalla rimozione degli striscioni gialli alle mancate pressioni sul Cairo nel processo ai quattro agenti dei servizi segreti egiziani, il segnale è coerente: la memoria di Giulio è trattata come un fastidio, non come un dovere.

ADI aderisce a ogni iniziativa di sostegno al documentario e alla campagna per la verità e la giustizia per Giulio Regeni. Lo facciamo con la consapevolezza che questa non è soltanto una battaglia per la memoria di un ricercatore, ma per il significato che la Repubblica italiana attribuisce alla ricerca, alla libertà accademica e alla vita di chi la pratica. Chi fa ricerca, in Italia e nel mondo, ha il diritto di sapere che il proprio Paese non volterà lo sguardo se gli accadrà il peggio.

Giulio, con o senza finanziamenti, continuerà a “fare cose”. Il documentario sarà trasmesso da Sky e Rai, continuerà a essere proiettato nelle università, raggiungerà il Parlamento europeo il prossimo 5 maggio. La sua storia vivrà nella coscienza civile del Paese, a dispetto di chi vorrebbe archiviarla dietro una formula burocratica. Non sarà una commissione ministeriale a decidere se la vita e la morte di Giulio Regeni hanno “interesse culturale”. Lo ha già deciso l’Italia che non dimentica.

Verità e giustizia per Giulio Regeni.

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