VQR 2020-2024: una valutazione da ricalibrare. L’analisi dell’ADI

VQR 2020-2024: una valutazione da ricalibrare. L’analisi dell’ADI

Il 16 aprile 2026, l’ANVUR – l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca – ha presentato i risultati complessivi della Valutazione della Qualità della Ricerca per il quinquennio 2020-2024. Si tratta del più ampio esercizio di valutazione mai condotto nel sistema della ricerca italiano: 132 istituzioni coinvolte, 75.869 ricercatori valutati, quasi 200.000 prodotti conferiti, 858 casi studio, 6.802 progetti competitivi internazionali, 11 infrastrutture di ricerca, 723 esperti disciplinari e oltre 6.700 revisori esterni. Un impianto imponente, che mobilita una parte significativa del tempo accademico del Paese e che produrrà, a valle della pubblicazione del Rapporto finale prevista per il 28 maggio, effetti distributivi rilevanti sulla quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario e sulle politiche di reclutamento degli atenei.

L’ADI propone qui una prima lettura critica dei dati diffusi, tenendo insieme il piano tecnico e quello politico. La VQR non è un oggetto neutro, quanto un dispositivo che orienta risorse, condiziona carriere, definisce cosa conta come “buona ricerca” e cosa no. Per questo la sua analisi non può essere delegata né alle istituzioni valutate né a chi la valuta: occorre lo sguardo di chi la ricerca la produce materialmente, e soprattutto di chi la produce nelle condizioni di maggiore esposizione, cioè dottorande e dottorandi, dottoresse e dottori di ricerca in condizione di precarietà, ricercatrici e ricercatori a tempo determinato in tutte le loro declinazioni. È da tale prospettiva ed è con tale orientamento che intendiamo leggere i risultati.

Una piccola guida alla lettura: i Profili, gli indicatori R e IRAS

La terminologia VQR è densa di acronimi che, fuori dalla comunità direttamente coinvolta nel processo valutativo, possono risultare oscuri. Per rendere l’analisi che segue accessibile, conviene fissare fin da subito il significato dei termini principali che ricorreranno nel testo.

I Profili sono le cinque categorie che l’ANVUR sottopone a valutazione. Il Profilo A comprende le pubblicazioni del personale strutturato nel periodo 2020-2024, ossia di chi in quei cinque anni era in servizio con posizione stabile o di ruolo. Il Profilo B comprende le pubblicazioni del personale che in quel periodo è stato assunto o ha ottenuto un avanzamento di carriera: è la coorte dei neoassunti e dei promossi, che comprende ricercatori a tempo determinato, nuovi associati, nuovi ordinari e più in generale chi è entrato o ha cambiato posizione nel quinquennio. Il Profilo C introduce per la prima volta in modo sistematico la valutazione della formazione alla ricerca: comprende le pubblicazioni di chi ha conseguito il titolo di dottore di ricerca tra il 2017 e il 2023, attribuite all’istituzione in cui il dottorato è stato conseguito. Il Profilo D riguarda i casi studio relativi alla valorizzazione delle conoscenze, mentre il Profilo E riguarda i progetti competitivi internazionali.

Su questi Profili l’ANVUR calcola due famiglie di indicatori. Gli indicatori R, cosiddetti “qualitativi”, misurano la qualità media dei prodotti di un’istituzione rispetto alla qualità media dell’intero sistema, neutralizzando l’effetto dimensionale e ponderando rispetto al mix disciplinare dell’ateneo. Si leggono come un rapporto: un valore pari a 1,00 significa che la qualità media della ricerca di quell’ateneo coincide con la media nazionale, un valore superiore a 1 indica una qualità superiore alla media del sistema, un valore inferiore indica il contrario. Gli indicatori IRAS, invece, sono “quali-quantitativi” e misurano il contributo di ciascuna istituzione alla qualità complessiva del sistema, tenendo conto anche delle dimensioni: a differenza di R, premiano la somma e non la media, e sono quelli che pesano direttamente sulla distribuzione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario.

A ciascun Profilo corrisponde una coppia R/IRAS, identificata da un suffisso numerico: R1 e IRAS1 si riferiscono al Profilo A, R2 e IRAS2 al Profilo B, R1_2 e IRAS1_2 all’unione dei due (cioè alla produzione complessiva dell’istituzione nel quinquennio, personale stabile più neoassunti e promossi), R3 e IRAS3 al Profilo C (dottorato), R4 e IRAS4 al Profilo D (casi studio), R5 e IRAS5 al Profilo E (progetti competitivi). Nell’analisi che segue l’indicatore più citato sarà R1_2, perché è la misura sintetica più diretta della qualità complessiva della ricerca di un ateneo nel quinquennio.

Due ultime note. I GEV sono i Gruppi di Esperti della Valutazione, uno per ciascuna area disciplinare (con alcune aree suddivise in sotto-GEV), più due GEV interdisciplinari dedicati alla valorizzazione delle conoscenze e alle infrastrutture: in totale diciannove GEV, composti da 723 esperti disciplinari coadiuvati da oltre 6.700 revisori esterni. I prodotti valutati sono assegnati a cinque classi di merito: Eccezionale (punteggio 1), Eccellente (0,8), Standard (0,5), Rilevanza sufficiente (0,2), Scarsa rilevanza o Non accettabile (0). È da queste classi di merito, aggregate per istituzione e normalizzate sulla media nazionale e sul mix disciplinare, che derivano tutti gli indicatori R e IRAS di cui parleremo.

Il Profilo B: la generazione precaria che tiene in piedi l’università italiana

Il dato forse più significativo dell’intera VQR è anche uno di quelli passati più in sordina nella presentazione ANVUR. Dei 75.869 ricercatori valutati, ben 42.770 appartengono al cosiddetto Profilo B, quello che raccoglie il personale “assunto o che ha conseguito avanzamenti di carriera” nel periodo 2020-2024. Si tratta del 56,4% del totale. Ancora più eloquente è il dato sui prodotti: il 62% delle pubblicazioni conferite alla VQR proviene proprio da questo segmento. In altre parole, quasi due terzi della produzione scientifica italiana valutata in questo esercizio è opera di ricercatori la cui posizione accademica attuale è il frutto di un reclutamento o di un avanzamento avvenuto, in larga misura, nel contesto straordinario del PNRR e delle riforme introdotte dalla L. 79/2022.

Il dato diventa politicamente dirompente se si osserva il voto medio. In 33 università statali su 61, il voto medio del Profilo B (neoassunti e promossi) è superiore a quello del Profilo A (personale stabile). È il caso, tra gli altri, di Cassino, Basilicata, Udine, Salento, Bari, Foggia, Roma Tor Vergata, Perugia, Messina, Insubria, dove il rapporto B/A supera l’unità in misura statisticamente non banale. Si osservi anche che a livello di sistema il dato è confermato: 115.678 prodotti conferiti dal Profilo B contro 70.862 del Profilo A, con una qualità media che negli atenei di medie e grandi dimensioni tende a essere comparabile o superiore.

Questo dato dice due cose. La prima, già notata dall’ANVUR nella VQR3 ma oggi ancora più netta, è che il sistema italiano di reclutamento, nonostante i suoi limiti strutturali, riesce a selezionare ricercatori (precari) di alta o altissima qualità. La seconda, che l’ANVUR non dice e che invece è il cuore politico della questione, è che chi produce la ricerca migliore nel Paese è la stessa categoria che versa nelle condizioni contrattuali peggiori: figure del pre-ruolo, RTDA, RTDB della fase transitoria, nuovi RTT, incaricati di ricerca, assegnisti di ricerca in coda (fino all’esaurimento), titolari dei nuovi contratti di ricerca ex art. 22 della L. 240/2010. È questa generazione, quantitativamente maggioritaria e qualitativamente trainante, che continua a essere esposta alla frammentazione contrattuale, all’assenza di un programma nazionale post-doc strutturale, a scadenze che nel dicembre 2026 produrranno un nuovo scoglio di precarietà residuale non ancora risolto.

La VQR fotografa, senza volerlo, la contraddizione principale del nostro sistema: il valore aggiunto della ricerca italiana è prodotto in misura preponderante da chi nell’università non ha ancora, o non ha mai, o non avrà mai, trovato una posizione stabile.

13.276 Ph.D. “dispersi” nell’angolo cieco della valutazione

La VQR 2020-2024 introduce per la prima volta il Profilo C, che valuta i prodotti delle ricercatrici e dei ricercatori che hanno conseguito il dottorato di ricerca tra il 2017 e il 2023, riferendoli all’istituzione di conseguimento del titolo. Si tratta di un passo importante sul piano della valutazione della formazione alla ricerca, perché riconosce finalmente che il dottorato ha un valore scientifico proprio e che la qualità di un programma dottorale si misura anche attraverso la capacità di produrre ricerca di qualità nel corso e all’indomani del titolo.

Il dato che però merita di essere messo al centro del dibattito è il seguente: dei ricercatori che hanno conseguito il dottorato tra il 2017 e il 2023, ben 13.276 non risultavano affiliati a nessuna delle 132 istituzioni partecipanti alla VQR alla data del 1° novembre 2024. Hanno comunque conferito un prodotto ciascuno, e sono stati formalmente inclusi nel conteggio. Ma la domanda politica è quella che l’ANVUR non pone: dove sono, oggi, questi 13.276 dottori? Una stima ragionevole, considerando che il Dottorato italiano forma ogni anno circa 8.000-9.000 dottori, porta a ritenere che parliamo di una quota vicina al 20% dei dottori del settennio. Un quinto della forza scientifica formata con denaro pubblico nelle nostre università è oggi al di fuori del perimetro del sistema della ricerca italiano.

Non si tratta solo di chi ha scelto o subìto la fuga dei cervelli, fenomeno che pure pesa. Si tratta anche, e probabilmente in larga misura, di Ph.D. che hanno abbandonato la carriera accademica, che si sono spostati verso enti, imprese, amministrazioni pubbliche, professioni, o che sono finiti in forme di precarietà lavorativa al di fuori della ricerca ovvero non indicate attraverso forme contrattuali tracciate. La VQR li registra contabilmente come prodotti, ma il sistema li ha persi come ricercatori. È questo il dato che una valutazione integrata della ricerca italiana dovrebbe rendere esplicito: non solo la qualità di ciò che si produce, ma il costo-opportunità di ciò che si disperde.

Per l’ADI, questa è la conferma di ciò che denunciamo da anni. Il Paese forma, a spese della collettività, un capitale umano di altissimo livello e poi, per carenza di politiche strutturali di sostegno al post-doc, per assenza di un Programma Nazionale Post-Doc, per inadeguatezza delle politiche di reclutamento e per frammentazione del pre-ruolo, perde sistematicamente. Il Profilo C della VQR, letto in controluce, è un indicatore di emorragia, non solo di qualità.

Una geografia della diseguaglianza strutturale

I dati aggregati per istituzione rendono visibile un altro elemento che la VQR non tematizza ma che pesa in modo determinante sugli effetti redistributivi dell’esercizio. Calcolando l’indicatore R1_2 medio delle università statali, emerge un divario che si avvicina pericolosamente all’incolmabilità: il Centro-Nord (41 atenei) registra una media di 1,002, mentre il Mezzogiorno (20 atenei) si ferma a 0,953. Ancora più eloquente è la distribuzione degli atenei sopra la soglia dell’unità: 22 atenei su 41 nel Centro-Nord, contro soli 2 su 20 nel Mezzogiorno.

Questo dato non misura una minore qualità della ricerca meridionale, quanto l’effetto cumulativo di anni di sottofinanziamento strutturale, di minore capacità di attrarre progetti competitivi e di demografia accademica sfavorevole. Infatti, l’indicatore R5 mostra che i fondi competitivi internazionali si concentrano quasi esclusivamente su Bologna, Milano Politecnico, Padova, Torino Politecnico, Roma Sapienza e poche altre. La VQR, non tenendone conto, rischia di funzionare come un moltiplicatore delle disuguaglianze: gli atenei con R più alto ricevono quote maggiori di FFO premiale, che finanziano più reclutamenti, che a loro volta migliorano il Profilo B del ciclo successivo.

Si tratta di riconoscere che, come la stessa ANVUR ha ripetutamente ammesso nelle sue linee guida per la valutazione, uno schema che ignora le condizioni di contesto riproduce e aggrava le asimmetrie territoriali. Per l’ADI, servono linee di intervento dedicate al riequilibrio territoriale della ricerca, che non siano sostitutive della competizione ma ne costituiscano il complemento indispensabile. L’assenza di una linea di finanziamento Mezzogiorno nel PRIN 2026, letta insieme ai dati VQR, rivela una direzione politica preoccupante.

I progetti competitivi (R5): la democrazia negata del finanziamento alla ricerca

L’indicatore R5, che misura la dimensione finanziaria dei progetti competitivi internazionali ottenuti nel periodo 2020-2024, racconta una storia di concentrazione. Milano Politecnico (IRAS5 pari a 11,779), Bologna (10,539), Padova (7,836), Torino Politecnico (6,101), Torino (5,315), Roma La Sapienza (4,272), Milano (3,947), Pisa (3,780), Firenze (3,580),Venezia Cà Foscari (3,546), Trento (3,523): solo una dozzina di atenei assorbe la parte preponderante del finanziamento competitivo internazionale. Nel complesso, il 50% dei progetti competitivi si concentra in meno del 15% degli atenei.

Il dato va letto insieme alla constatazione, largamente riconosciuta nel dibattito europeo, che la capacità di attrarre fondi competitivi dipende non solo dalla qualità scientifica del proponente, ma anche dalle strutture di supporto alla progettazione, dalla massa critica dei gruppi di ricerca, dalla disponibilità di cofinanziamento di ateneo, dalle relazioni internazionali pregresse. Tutti elementi che richiedono investimenti di sistema, non “meritocrazia” individuale. Premiare gli atenei che ottengono più fondi competitivi significa, di fatto, premiare gli atenei che hanno già avuto più risorse per costruire quelle infrastrutture di supporto.

L’ADI ritiene che il peso attribuito all’indicatore R5 nella formula complessiva vada rivisto al ribasso, perché un indicatore che misura la dimensione finanziaria dei progetti competitivi ottenuti finisce inevitabilmente per premiare le istituzioni già dotate delle strutture di supporto alla progettazione, di cofinanziamenti di ateneo e delle reti internazionali pregresse che costituiscono la precondizione dell’attrattività, prima ancora che il suo esito. Qualunque indicatore costruito sulla catena del fondo competitivo – incluse le misurazioni derivate, come quelle sull’attrattività di dottorandi e post-doc finanziati da quei fondi – riproduce per costruzione la stessa geografia delle disuguaglianze. La ridistribuzione della capacità di attrarre finanziamenti europei e internazionali passa per politiche strutturali di sistema, non per la rimodulazione degli indicatori valutativi: servono linee di finanziamento dedicate al potenziamento dei grant office e delle strutture di supporto alla progettazione negli atenei del Mezzogiorno e in quelli medio-piccoli, servono programmi nazionali che anticipino le risorse necessarie per partecipare ai bandi europei, serve una riforma dei criteri di accesso ai fondi premiali che riconosca il gap strutturale di partenza. Sul piano valutativo, l’ADI chiede inoltre che nei prossimi esercizi VQR la dimensione finanziaria dei progetti sia affiancata – e non sostituita – da indicatori di qualità scientifica dei progetti stessi che prescindano dal volume economico, così da valorizzare anche quei settori disciplinari in cui la ricerca di frontiera non richiede, o richiede in misura minore, grandi infrastrutture e ingenti finanziamenti.

Il Profilo C e la qualità della formazione alla ricerca

L’analisi del Profilo C merita alcune considerazioni più puntuali. I dati mostrano che non sono necessariamente i grandi atenei a ottenere i risultati migliori in termini di R3. In testa troviamo Roma Foro Italico (1,175), Trento (1,111), Cassino (1,107), Siena Stranieri (1,089), Siena (1,081), Macerata (1,062), Sannio (1,052), Pavia (1,046), a conferma che la qualità di un programma dottorale non dipende dalla dimensione dell’ateneo ma dalla sua capacità di selezionare, formare e accompagnare i propri Ph.D. dentro e fuori la carriera accademica.

Il rischio di questo indicatore, però, è reale e va denunciato. Se il Profilo C venisse utilizzato come parametro per l’accreditamento dei corsi di dottorato, o per la distribuzione delle borse, si innescherebbe una pressione produttivistica sulla comunità dottorale e una sovrapposizione tra i tempi della formazione e i tempi della carriera. Il dottorato è prima di tutto, nella nostra visione politica, un contratto di lavoro per la formazione alla ricerca, non una fabbrica di pubblicazioni sotto deadline. Chi ha seguito il dibattito sulla valutazione in Europa sa che i segnali di allarme della comunità scientifica su queste derive sono ormai espliciti: dalla Dichiarazione DORA del 2012 fino all’Agreement on Reforming Research Assessment promosso da CoARA nel 2022, tutta la comunità scientifica internazionale ha riconosciuto i limiti di una valutazione prevalentemente bibliometrica e puntata su indicatori citazionali.

L’ADI chiede che l’uso del Profilo C sia strettamente confinato a finalità descrittive e di autovalutazione dei corsi di dottorato, e che in nessun caso diventi parametro diretto per la distribuzione di risorse o per la valutazione comparativa. Chiede inoltre che nei prossimi esercizi la qualità della formazione dottorale sia misurata anche attraverso indicatori non bibliometrici: tasso di conseguimento del titolo nei tempi previsti, tasso di occupazione dei dottori nei tre anni successivi al titolo, tasso di prosecuzione nel post-doc all’interno del sistema italiano, indicatori di benessere dottorale come quelli che emergono dalle Indagini ADI sul dottorato.

I limiti di una peer review informata dalla bibliometria e le proposte dell’ADI

Un ultimo piano di riflessione riguarda la metodologia. La VQR 2020-2024 ha utilizzato il metodo della peer review in due declinazioni: cinque GEV (tutti afferenti all’area umanistica e sociale, compresi i GEV 10, 11a, 12 e 14) hanno adottato la peer review pura, mentre gli altri GEV hanno utilizzato la peer review informata da indicatori citazionali o da elenchi di riviste. Il Bando ANVUR prevede inoltre la distinzione tra cinque classi di merito (Eccezionale, Eccellente, Standard, Rilevanza sufficiente, Scarsa rilevanza), con punteggi che vanno da 1 a 0.

Il dispositivo è affinato rispetto alle edizioni precedenti, ma conserva limiti strutturali che l’ADI ha già segnalato nelle fasi di consultazione. La classe “Scarsa rilevanza”, con punteggio 0, continua a produrre effetti punitivi sproporzionati sia sull’istituzione sia, indirettamente, sui ricercatori. L’uso di elenchi di riviste, anche quando non vincolante, rischia di irrigidire ovvero di appesantire l’enclosure nazionale nelle scelte editoriali della comunità scientifica, penalizzando le riviste di nuova fondazione ovvero quelle internazionali non incasellate in Classe A, le pubblicazioni open access non indicizzate nei grandi database commerciali, le monografie in settori non bibliometrizzabili. L’informazione citazionale fornita ai GEV (numero di citazioni, autocitazioni, Citescore, Impact Factor), anche se presentata come “ausiliaria”, orienta di fatto il giudizio in direzione di una valutazione mista che contraddice i principi enunciati nelle principali dichiarazioni internazionali sulla valutazione della ricerca.

Il punto, per l’ADI, non è contestare la peer review in sé, che resta il dispositivo scientifico più solido di cui disponiamo, quanto criticare l’uso cumulativo che viene fatto degli esiti VQR per la distribuzione dell’FFO su base premiale, per la definizione dei punti organico, per l’attribuzione delle Dipartimenti di Eccellenza, per le riviste di classe A dell’ASN. Ogni singolo dispositivo, preso isolatamente, ha una sua ragionevolezza. La loro concatenazione produce un sistema in cui la ricerca viene giudicata continuativamente, in cui la libertà della progettazione scientifica di medio e lungo periodo si restringe, e in cui i più giovani, costretti a misurarsi con ogni ciclo valutativo fin dall’inizio della carriera, finiscono per interiorizzare logiche produttivistiche che contraddicono la natura stessa del lavoro scientifico.

Da questa lettura discendono alcune proposte, che l’ADI porterà nelle sedi istituzionali nelle prossime settimane, in particolare nella interlocuzione con il MUR, con l’ANVUR stessa in vista dei Rapporti di Area del 28 maggio, e nei lavori delle commissioni parlamentari competenti.

La VQR deve smettere di essere il dispositivo ordinatore di un sistema di valutazione a cascata. L’uso della VQR per la quota premiale del FFO va ridimensionato progressivamente, introducendo parametri di contesto (dimensione, vocazione territoriale, stato di salute del pre-ruolo dell’ateneo, presenza di linee di ricerca di frontiera non ancora bibliometrizzate) che evitino l’effetto cumulativo delle disuguaglianze.

La rappresentanza della componente dottorale, dei Ph.D. e non strutturata nei prossimi GEV e negli organismi ANVUR che definiscono la metodologia di valutazione non è più rinviabile. L’ADI ha interlocuzione diretta con l’ANVUR e chiederà, per il prossimo ciclo, la costituzione di un gruppo di lavoro permanente che includa la rappresentanza di chi produce la quota maggioritaria della ricerca italiana.

L’elaborazione di un Programma Nazionale Post-Doc diventa, alla luce dei dati sul Profilo B e sui Ph.D. “dispersi”, ancora più urgente. L’ADI ha presentato già al Segretario Generale del Ministero dell’Università e della Ricerca, prof. Marco Mancini, una proposta articolata su due linee di finanziamento nazionale per post-doc, una basata sul programma europeo MSCA e una di grant individuale competitivo. La VQR 2020-2024 dimostra nei fatti che l’investimento su questa fascia d’età non è un lusso, ma la condizione improrogabile di sostenibilità della qualità stessa della ricerca italiana.

L’Italia deve accelerare la propria adesione al processo CoARA. L’ANVUR ha firmato l’Agreement on Reforming Research Assessment, ma il quinto esercizio VQR ha mostrato una discontinuità solo parziale rispetto alle edizioni precedenti sul piano della valutazione bibliometrica. Nel prossimo ciclo occorrerà un salto di qualità, che includa una revisione approfondita del Bando alla luce dei principi CoARA e un confronto strutturato con le buone pratiche europee, in particolare quelle del sistema britannico REF e del modello olandese.

Infine, la VQR dovrebbe introdurre, nei prossimi esercizi, indicatori di “sofferenza sistemica” che misurino non solo la qualità di ciò che si produce, ma le condizioni in cui la ricerca viene prodotta: tasso di precariato per area, tempo medio di stabilizzazione dei dottori, fuga dei cervelli per area, carichi didattici del personale di ricerca, condizioni di benessere delle comunità dottorali. Sono questi gli indicatori che, in un Paese che voglia davvero premiare la qualità, non possono restare fuori dalla valutazione.

Verso il 28 maggio

Il 28 maggio ANVUR pubblicherà il Rapporto finale VQR 2020-2024 e i Rapporti di Area. L’ADI sarà presente con una lettura approfondita dei dati disaggregati per area, con particolare attenzione alle aree umanistiche e sociali, tradizionalmente penalizzate da metodologie non sempre adatte alla loro specificità, e con approfondimenti dedicati alle dinamiche di genere che i dati aggregati non restituiscono. Intanto, la discussione è aperta, e l’invito è a tutta la comunità dei dottorandi, dei dottori di ricerca e dei non strutturati perché partecipi a una riflessione che riguarda non solo il passato prossimo della ricerca italiana, ma il suo futuro immediato.

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