Roma, 16 aprile 2026. Con la nota prot. 313 del 14 aprile 2026, il Ministero dell’Università e della Ricerca ha comunicato agli Atenei statali la pubblicazione del D.M. 193 del 5 marzo 2026, decreto attuativo del piano straordinario di reclutamento RTT riservato ai RTDa previsto dalla Legge di bilancio 2026 (L. 199/2025, art. 1, co. 305-309). A tre mesi dalla nostra analisi Un piano (niente affatto) straordinario, il testo attuativo conferma puntualmente — e in alcuni punti aggrava — le criticità che ADI aveva denunciato in fase di iter parlamentare.
Cosa prevede il decreto
Il DM 193/2026 stanzia 423,5 punti organico aggiuntivi, ripartiti tra gli Atenei statali secondo la Tabella 1 allegata al decreto, destinati esclusivamente a procedure selettive riservate ai titolari di contratto da RTDa nella formulazione previgente al D.L. 36/2022. La misura interviene su due coorti: i RTDa con contratto in scadenza nel 2025, per i quali le procedure dovranno concludersi entro il 31 dicembre 2026 (presa di servizio entro il 31 marzo 2027), e quelli in scadenza nel 2026, con espletamento entro il 31 dicembre 2027 (presa di servizio entro il 31 marzo 2028). L’aver già usufruito di una proroga del triennio non preclude l’accesso al concorso. È prevista una sotto-riserva fino al 50% per i RTDa reclutati su progetti PNRR, con esclusione esplicita di chi è stato finanziato su fondi PNC.
Il cofinanziamento ministeriale copre il 50% del costo di ciascuna posizione. Il restante 50% grava sulle facoltà assunzionali ordinarie dell’Ateneo per 0,45 punti organico, di cui 0,25 per la posizione RTT e 0,20 da accantonare per il successivo passaggio a Professore Associato. Per i ricercatori con almeno tre anni di servizio come RTDa, la valutazione per la tenure — qualora richiesta dall’interessato — deve avvenire già dopo dodici mesi dalla presa di servizio come RTT, ai sensi dell’art. 14, co. 6-duodevicies, D.L. 36/2022. Le risorse non utilizzate nei termini saranno recuperate e riassegnate in via prioritaria agli Atenei che avranno attivato procedure riservate in eccedenza con risorse proprie; la quota residua confluirà, dal 2028, nella quota base del FFO.
La sproporzione tra il problema e la risposta
I numeri restano impietosi e sono peggiorati nei mesi che separano la legge di bilancio dal suo decreto attuativo. Il monitoraggio che ADI conduce dal maggio 2025 ha registrato una contrazione degli assegni di ricerca attivi da 21.916 a 13.774 unità, con un’accelerazione del calo nell’ultimo trimestre: 1.227 posizioni perse tra dicembre 2025 e gennaio 2026, contro le 709 perse nell’intero quadrimestre maggio-agosto 2025. Gli RTDa, che al picco del PNRR (31 dicembre 2023) contavano 9.446 unità, sono oggi 6.953: meno 2.493 posti. Anche il segmento RTDb e RTT registra un saldo negativo di 632 posizioni. Complessivamente, in poco più di un anno, il sistema della ricerca italiana ha perso 10.433 lavoratrici e lavoratori. Le proiezioni della XII Indagine ADI su Postdoc indicano che entro luglio 2026 l’86,5% della componente ricercatrice in servizio a vario titolo al 1° luglio 2025 avrà perso il lavoro.
A questa emorragia il DM 193/2026 risponde con 423,5 punti organico, corrispondenti a circa 1.600 posizioni RTT nel biennio 2026-2027, pari cioè a meno del 10% del fabbisogno. È esattamente lo scenario che avevamo descritto a gennaio: un piano che si limita a tamponare l’emergenza dei contratti PNRR in scadenza, lasciando fuori la stragrande maggioranza della platea precaria.
Tre nodi che il decreto attuativo non scioglie
Il cofinanziamento. Il meccanismo del 50% a carico delle facoltà assunzionali ordinarie degli Atenei conferma la nostra previsione: il piano straordinario non amplia il perimetro del reclutamento, lo ridistribuisce. Ogni RTT “riservato” finanziato dal piano straordinario sottrae di fatto risorse al reclutamento aperto, con effetti regressivi sugli atenei meno patrimonializzati — concentrati in larga parte nel Mezzogiorno — e con un ulteriore restringimento degli spazi per chi è fuori dal perimetro RTDa. La clausola che prevede la riassegnazione delle risorse non utilizzate alla quota base del FFO costituisce, come avevamo scritto, l’ammissione in nuce del fallimento del piano: si sa già che una parte consistente dei fondi non sarà spesa per stabilizzare nessuno.
Le esclusioni. Il decreto cristallizza la partizione del precariato in serie A e serie B che ADI aveva denunciato. Restano fuori gli assegnisti — che nelle biblioteche, negli studi e nei laboratori svolgono il medesimo lavoro dei RTDa, salvo la didattica — restano fuori i ricercatori PON scaduti nel 2024, restano fuori, per scelta esplicita del decreto, i RTDa finanziati su fondi PNC dalla quota PNRR. Quest’ultima esclusione, in particolare, è priva di qualunque ratio sostanziale: il PNC è strumento integrato e complementare al PNRR, e la disparità di trattamento tra ricercatori che hanno svolto la stessa attività su fondi paralleli appare difficilmente sostenibile sul piano costituzionale. ADI chiede al MUR di chiarire in via interpretativa la posizione dei RTDa PNC e di estendere la platea, anche in sede di eventuale modifica normativa.
L’assenza di un disegno strutturale. Il piano interviene sul punto di uscita del percorso pre-ruolo, ma lascia intatta la pressione che si genera a monte: la riduzione delle posizioni RTDa, il collo di bottiglia degli assegni, l’assenza di una programmazione pluriennale del fabbisogno di personale docente e ricercatore. L’Italia resta inchiodata a 99 ricercatori ogni 100.000 abitanti, contro i 135-148 di Francia, Germania e Spagna e i 306 della Danimarca. Per allinearci anche solo ai nostri pari europei occorrerebbero tra le 15.000 e le 22.500 assunzioni: una cifra rispetto alla quale i 423,5 punti organico del DM 193 sono un cerotto applicato a una ferita che il legislatore non vuole suturare.
Cosa chiediamo
ADI ribadisce le proposte già avanzate in sede di analisi della legge di bilancio:
– un vero piano straordinario di reclutamento per almeno 15.000 posizioni RTT in un triennio, interamente finanziato dallo Stato attraverso un incremento strutturale del FFO, senza meccanismi di cofinanziamento che scaricano i costi sugli atenei;
– l’apertura della platea a tutti i ricercatori e le ricercatrici precari in possesso del titolo di dottorato che abbiano maturato esperienza di ricerca comparabile, indipendentemente dall’inquadramento contrattuale (assegnisti, contrattisti, borsisti, RTDa PNC inclusi);
– il riallineamento progressivo del finanziamento pubblico all’università fino allo 0,7% del PIL entro il 2030, in coerenza con la traiettoria fissata dall’European Research Area Act per gli investimenti in R&S al 3% del PIL — traiettoria rispetto alla quale l’Italia, ferma all’1,3%, mentre porta la spesa militare al 5% e annuncia il ponte sullo Stretto, è clamorosamente fuori rotta;
– una strategia nazionale di valorizzazione del titolo di dottorato anche fuori dall’accademia, perché il problema della “bolla PNRR” non si risolve solo con la stabilizzazione interna al sistema universitario, ma richiede di affrontare l’incapacità del tessuto produttivo italiano di assorbire competenze avanzate.
Nel frattempo, ADI continuerà a monitorare l’attuazione del DM 193/2026 a livello di singolo ateneo attraverso le proprie sezioni locali e lo Sportello, e a pretendere dal MUR la trasparenza piena sulle piattaforme. Continueremo inoltre a portare le nostre proposte nel tavolo di lavoro sul FFO annunciato dalla Ministra Bernini al CNSU di dicembre 2025, attraverso la nostra rappresentante eletta Claudia Migliazza, e nelle sedi di interlocuzione istituzionale.
Lo abbiamo scritto a gennaio e lo ripetiamo oggi, davanti al decreto attuativo: nessun piano può definirsi straordinario se la stragrande maggioranza di coloro che dovrebbero essere salvati si trovano invece sommersi. La stabilizzazione di una coorte è doverosa. Ma la ricerca italiana non si salva una coorte alla volta.
Per segnalazioni e richieste di informazione: sportello.adi@dottorato.it

